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Legambiente: oltre gli invasi

DiRedazione

Lug 9, 2022

La grave crisi idrica in corso va inquadrata nella grave crisi climatica ed ecologica in atto e come tale va approcciata in modo strutturale, affrontando le cause e non correndo dietro ai sintomi. Questa crisi ha una fondamentale causa: aver perseguito per decenni uno sviluppo economico che prescinde dai vincoli ecosistemici. Nella UE ciò ha avuto tragiche conseguenze:
● più dell’80% degli habitat è in cattivo stato di conservazione
● dal 1970 le aree umide si sono contratte del 50%
● negli ultimi 10 anni il 71% dei pesci e il 60% degli anfibi ha mostrato un declino delle popolazioni
● un terzo tra api e farfalle sono in declino e un decimo sono sull’orlo dell’estinzione.
Questi dati non possono essere guardati con sufficienza; non sono cosa da “ambientalisti da salotto”. La permanenza umana sulla Terra necessita che la biodiversità sia salvaguardata e che si invertano le dinamiche di declino in atto da decenni.
Per tali ragioni riteniamo che sia inaccettabile ogni risposta alla crisi idrica che si basi sull’ulteriore depredazione delle risorse naturali e su ogni ulteriore aggressione alla biodiversità: è una scelta letteralmente senza futuro.
Occorre affrontare la questione della siccità con uno sguardo lungo, intervenendo su “come” è utilizzata l’acqua che se deve primariamente puntare alla sicurezza alimentare, deve privilegiare le colture meno idroesigenti, come ci ricorda ampiamente anche la Commissione Europea, riorganizzando le pratiche agronomiche e incrementando la funzionalità ecologica dei territori agrari, riducendo le perdite di rete sempre troppo alte sia nel comparto irriguo che in quello potabile (oltre il 45% nell’area CAFC).
Per questo Legambiente è fortemente contraria agli azzeramenti del deflusso minimo vitale previsti dall’ordinanza Fedriga e ritiene altamente rischiosa e dannosa ogni strategia incardinata sulla costruzione di nuovi invasi lungo i corsi d’acqua o nelle aree collinari.
In particolare, la prospettata realizzazione di nuovi invasi (18 milioni di €) non pare essere la soluzione stante l’elevata evapotraspirazione cui sono soggetti (almeno 10.000 mc/anno per ogni ha di superficie) e le alte temperature che vi si raggiungono che favoriscono l’anossia, le fioriture algali e le cianotossine con conseguente compromissione dell’utilizzabilità delle acque.
Meglio sarebbe provvedere, dove esistente, alla reimmissione dell’acqua in falda; costa meno degli invasi e restituisce acqua utilizzabile.
Analogamente bisogna intervenire sulla riduzione assoluta dei consumi, soprattutto di quelli irrigui in pieno campo (non negli orti domestici) che sono i più dispendiosi.
Da questo punto di vista occorre, tuttavia, considerare i progetti di ammodernamento della rete irrigua che il Consorzio Bonifica Pianura Friulana ha visto approvati e finanziati dal PNRR per oltre 170 M€.
Questi progetti, che riguardano sia i comprensori irrigui del Medio Friuli che della Bassa, non produrranno alcun beneficio in termini di risparmio della risorsa sia perché gli asseriti risparmi del 20% non sono dimostrati nei progetti, sia perché non si è provveduto a sostituire l’irrigazione a scorrimento con quella a pioggia, unico metodo certo per risparmiare fino al 50% di acqua!
Davvero un’occasione sprecata rispetto alla quale pare che nessuno sia intenzionato a metterci un rimedio, questo sì urgente.
Alla fine, di fronte all’ennesima emergenza ambientale, l’unica risposta che la politica sa dare è quella classica; ancora opere urgenti, ancora soldi pubblici a debito, ancora pannicelli caldi che aumenteranno la fragilità e precarietà del sistema ambientale rurale fino alla prossima puntata.
L’acqua non si crea in fabbrica e se non c’è, non la possiamo costruire; dobbiamo usare quella che abbiamo con moderazione, intelligenza e dotandoci di scelte resilienti perché il futuro non finisce con le prossime elezioni regionali.

Redazione

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