• Sab. Dic 3rd, 2022

Voce del NordEst

Il web magazine online 24 ore su 24

MORIAGO, FESTIVAL DELLA CULTURA: il 24 novembre MATTEO MELCHIORRE presenta il suo nuovo romanzo “IL DUCA”

DiRedazione

Nov 18, 2022

L’ALTRO VOLTO DELLA MONTAGNA: MATTEO MELCHIORRE AL FESTIVAL DELLA CULTURA DI MORIAGO

LO SCRITTORE E DIRETTORE DEL MUSEO E DELL’ARCHIVIO STORICO DI CASTELFRANCO RACCONTA IL SUO NUOVO ROMANZO “IL DUCA” (EINAUDI) IL 24 NOVEMBRE ALLA CASA DEL MUSICHIERE

MORIAGO DELLA BATTAGLIA – Scrivere, per lui, è “un atto civile”. E bisogna avere “qualcosa di vero e franco da raccontare”. D’altra parte, “realtà e finzione sono un intreccio continuo, ma sempre l’una e l’altra si possono agevolmente distinguere nel libro. La letteratura, quella vera del resto, dovrebbe fare proprio questo: impastare realtà e finzione, produrre storie forse anche inventante nell’intreccio ma vere nella sostanza”.  Matteo Melchiorre ama guardare il mondo che lo circonda e raccontarlo da vicino.  Soprattutto il paesaggio, la terra e la montagna che modellano vite e destini:  ed è proprio un paese di montagna, dominato da un’antica villa con troppe stanze in mano all’ultimo erede di un casato ormai estinto, al centro del suo nuovo romanzo, “Il Duca” (Einaudi), protagonista dell’”Incontro con l’autore” del Festival della Cultura di Moriago, il 24 novembre, alle 20.30 alla Casa del Musichiere. 

Classe 1981, bellunese, storico di formazione e di professione,  dopo essere stato ricercatore all’Università degli Studi di Udine, a Ca’ Foscari e allo Iuav di Venezia, Melchiorre è ora direttore dal 2018 della Biblioteca del Museo e dell’Archivio Storico di Castelfranco Veneto:  si occupa di storia economica e sociale del medioevo e della prima età moderna, e di storia della montagna e dei boschi.  Presentato da Sefano Colmagro, docente al liceo Flaminio di Vittorio Veneto,  lo scrittore svelerà i suoi processi creativi, l’approccio al romanzo e alle storie che lo animano, spiegando come  sia necessario, per scrivere, “avere qualcosa di vero e franco da raccontare”. Per svelare, attraverso la figura del suo Duca, “personaggio un po’ inattuale e all’apparenza al di fuori del tempo”, cosa significhi oggi vivere in un paese di mezza montagna tra pochi abitanti. Un personaggio che diventa così spettatore del lento spegnersi di questi luoghi, ma al tempo stesso ne incarna le leggi, ne riflette le pulsioni.

LA MONTAGNA COME MONDO IN BILICO

La montagna che Matteo Melchiorre racconta sin dagli esordi, non è epica, ma è il mondo di mezzo, quello del piede sul sentiero, della mano che modifica o soccombe,  della luce verticale che presto declina: un contesto duro, per molti versi arcaico, imperfetto. E ne “Il Duca”, storia di una apparente quiete che viene sovvertita all’improvviso  spingendo il personaggio a una diversa consapevolezza, Melchiorre riflette su cosa  implichi, in un mondo contemporaneo, abitare in luogo particolare come quello in cui si svolge la storia. Da sempre attento alle tematiche che indagano il rapporto tra montagna e modernità. Melchiorre dà così corpo a una partita  nella quale tradizione e “contemporaneità” arrivano ai ferri corti. Un romanzo che narra così la furia del potere, le leggi della natura, e la libertà individuale.

LA CARRIERA

La “visione” artistica di Melchiorre si delinea sin dal romanzo d’esordio,  “Requiem per un albero. Resoconto dal Nord Est” (Spartaco 2004) dove si interroga sulla caduta improvvisa di uno storico olmo nel centro di un paese: cosa avrebbe comportato, per le relazioni di una piccola società e per i singolo, l’azzeramento quasi fatale di un pezzo di memoria?  Un libro ripreso in mano molti anni dopo e arricchito, “Storia di alberi e della loro terra” (Marsilio, 2017) , diventato memoria storica collettiva del vuoto spaziale ed emotivo che gli alberi lasciano nelle comunità se abbattuti dal vento o dall’uomo. Nel 2011 ecco  “La banda della superstrada Fenadora-Anzú (con vaneggiamenti sovversivi)” edito da Laterza, dove Melchiorre riflette sulle aggressioni al paesaggio, affrontandole come un detective sociale, con una inchiesta di puntiglio quasi tucidideo. Infine, in “La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi” (Marsilio 2016, Premio Mario Rigoni Stern 2017 e Premio Cortina 2017) , si misura con  un mondo al confine, movendosi lungo un’infida mulattiera a strapiombo che per secoli fu l’unica via di comunicazione tra il Primiero e il Bellunese.

“Le fonti d’ispirazione? L’elenco potrebbe essere molto lungo. I racconti orali di certi nostri vecchi, che sapevano raccontare con ritmo e competenza. Tucidide, La guerra del Peloponneso. Cechov, sempre e su tutti. Meneghello. Comisso. E aggiungerei senz’altro Sebald. Ma anche Robert Walser. E sicuramente, gli archivi, che conservano storie più sorprendenti di ogni invenzione romanzata.”

Redazione

Direttore : Stefano SERAFINI Per ogni necessità potete scrivere a : redazione@vocedelnordest.it

Rispondi