Il 21 ottobre 1975 usciva Ommadawn, il terzo album di Mike Oldfield. Per capire quanto fosse importante, bisogna tornare ai due dischi precedenti. Tubular Bells, nel 1973, lo aveva catapultato al successo internazionale con una suite strumentale costruita attraverso una quantità impressionante di sovraincisioni. Hergest Ridge, l’anno successivo, aveva proseguito quella ricerca, arrivando in cima alle classifiche britanniche. Ma dietro il successo cresceva la pressione di dover ripetere il risultato. Oldfield non amava la celebrità e cercò rifugio nella campagna inglese, a The Beacon, un cottage isolato dove poteva lavorare lontano dal clamore.
Per Ommadawn la situazione cambiò. Virgin gli fece installare in casa uno studio professionale completo, con un’enorme console Neve e persino un pianoforte Steinway collocato nella vecchia sala da biliardo. Oldfield non fu soltanto il compositore e l’esecutore della maggior parte degli strumenti, ma per la prima volta produsse e curò personalmente anche l’ingegneria del disco. Le registrazioni si protrassero da gennaio a settembre. Raccontò di aver costruito anelli di nastro magnetico che attraversavano la stanza, salivano sopra una porta e giravano intorno alle tende prima di tornare al registratore. Un modo artigianale per creare effetti sonori in un’epoca in cui non esistevano le possibilità offerte dai software di oggi.
Uno degli episodi più curiosi riguarda le percussioni africane. Oldfield aveva in mente un intreccio di melodie che partiva da una piccola frase di quattro note suonata con l’arpa celtica. Per dare corpo al crescendo coinvolse Jabula, un gruppo di musicisti sudafricani in esilio nel Regno Unito a causa del regime dell’apartheid. La sessione durò circa dodici ore. Secondo il ricordo dello stesso Oldfield, all’inizio i percussionisti sembravano poco ispirati e continuarono a chiedere birra. Poi, dopo molte ore, la musica prese finalmente il volo, creando quel turbine ritmico che rende il finale della prima parte così travolgente.
Anche il titolo nasconde una storia. Fu Clodagh Simonds a scrivere una serie di parole inventate per le parti vocali. Oldfield si accorse di Ommadawn su quel foglio e decise di usarlo. Il vocabolo assomiglia all’irlandese amadán, che significa sciocco, ma il musicista precisò che il titolo, in realtà, non aveva un significato preciso.
Infine, il disco si chiude con “On Horseback”, una canzone apparentemente semplice, cantata anche dai figli dei proprietari di un albergo della zona. Non è un’aggiunta casuale. Oldfield la considerava necessaria per bilanciare la cupezza e l’intensità emotiva del finale della prima parte, che lui stesso aveva trovato inquietante.
In un’intervista dell’epoca disse di sentirsi finalmente più forte, anche sul piano personale. Forse è questa la chiave di Ommadawn. Non una replica di Tubular Bells, ma il suono di un musicista che, dopo essersi perso nel successo, aveva trovato un luogo e un metodo per riconoscersi di nuovo.
