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AL STEWART – YEAR OF THE CAT : UN’INCUBAZIONE DI DIECI ANNI

DiGlauco Costantini

Ott 22, 2026

Il 22 ottobre 1976 usciva Year of the Cat, il settimo album di Al Stewart e il disco che avrebbe portato il cantautore scozzese al successo internazionale. Ma la storia della sua canzone più celebre comincia molto prima, addirittura negli anni Sessanta, quando Stewart aveva scritto un testo ispirato a Tony Hancock, popolarissimo comico britannico. Il titolo era The Foot of the Stage. Quella prima idea rimase nel cassetto e, quando finalmente trovò una melodia adatta, la canzone prese una strada completamente diversa.

La melodia arrivò dal pianista Peter Wood, che la suonava durante le prove e i soundcheck. Stewart ne rimase affascinato e decise di scriverci sopra un testo. Non fu immediato. Ci fu persino una seconda versione, Horse of the Year, una presa in giro della principessa Anna. La svolta arrivò quando la sua compagna lasciò aperto un libro di astrologia vietnamita alla pagina dedicata all’anno del gatto. Stewart trovò quell’espressione irresistibile e decise di ripartire da zero. Da una canzone nata quasi dieci anni prima prese forma una storia misteriosa, popolata di immagini cinematografiche e atmosfere esotiche.

A trasformarla in qualcosa di speciale contribuì Alan Parsons, produttore e ingegnere del suono che aveva lavorato a The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Le registrazioni si svolsero soprattutto agli Abbey Road Studios, con una squadra di musicisti straordinaria e gli arrangiamenti orchestrali di Andrew Powell. Parsons voleva che la canzone avesse una dimensione quasi cinematografica, con lunghe sezioni strumentali capaci di alternare chitarre acustiche ed elettriche, pianoforte e archi.

La sua intuizione più discussa fu però il sassofono. Stewart era contrario, convinto che non c’entrasse nulla con il folk-rock. Parsons insistette e chiamò Phil Kenzie, che inizialmente non voleva neppure presentarsi perché stava guardando un film. Alla fine arrivò in studio, registrò l’assolo in pochissime riprese e se ne tornò a casa. Stewart, sulle prime, non ne era convinto. Col tempo cambiò idea. Quel sax, oggi inseparabile dalla canzone, divenne uno dei suoi tratti più riconoscibili.

Year of the Cat non è soltanto il disco di una grande canzone. Da Lord Grenville a Midas Shadow, fino a On the Border, l’album costruisce un mondo elegante e narrativo, nel quale il folk incontra il pop sofisticato e il rock. Cinquant’anni dopo, resta un esempio perfetto di quanto una canzone possa cambiare strada prima di trovare la propria identità.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.