• Mer. Ott 21st, 2026

Il web magazine

online 24 ore su 24

Mark King, i Level 42 e il pop-funk ad ampio respiro

DiGlauco Costantini

Ott 20, 2026

Album obbligatorio: il live A Physical Presence (1985)

Mark King nasce il 20 ottobre 1958 a Cowes, sull’Isola di Wight, e prima di diventare uno dei volti più riconoscibili del jazz-funk britannico è soprattutto un ragazzo che vuole vivere di musica. Comincia con la batteria ancora bambino, si avvicina alla chitarra e durante l’adolescenza suona nei gruppi locali, in un ambiente in cui le occasioni non mancano, tra alberghi, locali e strutture turistiche. Tra le persone che incontra in quegli anni ci sono Phil e Rowland Gould, detto Boon, due fratelli destinati a diventare compagni fondamentali del suo percorso.

A diciannove anni King lascia l’isola e si trasferisce a Londra, deciso a trovare il proprio posto nel mondo della musica. La strada, però, non è ancora quella che immaginiamo. Trova lavoro da Macari’s, un negozio di strumenti musicali a Charing Cross Road, e proprio lì il basso elettrico comincia a occupare uno spazio sempre maggiore nella sua vita. Nel frattempo, la sua curiosità si nutre di ascolti come Miles Davis, John McLaughlin, Billy Cobham e Jan Hammer, artisti che dimostrano quanto il jazz possa incontrare il rock, il funk e le nuove possibilità offerte dagli strumenti elettrici.

Nel 1979 collabora ad alcune registrazioni (assieme al batterista Phil Gould ha suonato in “Pop Muzik” degli “M”) e prende forma il progetto che cambierà tutto assieme a Phil Gould e al tastierista Mike Lindup, conosciuto da Gould alla Guildhall School of Music and Drama, mentre Boon completa il nucleo della formazione. Nascono i Level 42, inizialmente concepiti soprattutto come un gruppo strumentale. L’ambizione è lontana dalle formule del pop più convenzionale. Vogliono suonare, sperimentare, costruire intrecci ritmici e armonici capaci di mettere insieme il rigore del jazz e l’energia fisica del funk. 

È qui che si comprende l’importanza di Mark King. Non soltanto un musicista dal linguaggio immediatamente riconoscibile, ma il frontman di una band che avrebbe contribuito a cambiare la percezione del basso nella musica popolare. King porta il ritmo in primo piano, ma soprattutto gli dà una personalità melodica e una presenza che il pubblico può riconoscere anche senza conoscere i dettagli tecnici del suo strumento. Quando diventa anche la voce principale del gruppo, quella fisicità ritmica si accompagna a un’identità vocale personale, mentre il falsetto di Mike Lindup aggiunge un contrasto che diventerà uno dei marchi di fabbrica dei Level 42.

I primi passi discografici arrivano con l’indipendente Elite Records. Il singolo Love Meeting Love contribuisce ad attirare l’attenzione dell’industria musicale e apre la strada al contratto con la Polydor. Nel 1981 escono l’album omonimo e Love Games, il brano che porta la band nella Top 40 britannica e le permette di arrivare a Top of the Pops. È un passaggio decisivo.

Il loro primo periodo è particolarmente affascinante perché conserva ancora una certa audacia. Il jazz-funk non è un semplice rivestimento elegante, ma il centro della loro musica. Gli arrangiamenti sono fitti, le parti strumentali hanno un peso reale e la sezione ritmica non si limita ad accompagnare le melodie. Con The Pursuit of Accidents, pubblicato nel 1982, questa identità si consolida ulteriormente. Nel frattempo, la presenza di Wally Badarou, tastierista e collaboratore esterno fondamentale nelle registrazioni e nella scrittura, contribuisce ad ampliare le possibilità sonore della band. È uno di quei nomi che meritano di essere ricordati quando si raccontano i Level 42, perché il loro suono non nasce soltanto dai quattro musicisti sul palco.

Nel 1983 arriva Standing in the Light, prodotto da Verdine White e Larry Dunn degli Earth, Wind & Fire. Con The Sun Goes Down (Living It Up), che entra nella Top 10 britannica, il gruppo raggiunge una nuova dimensione. La componente melodica diventa più evidente e le canzoni cominciano ad avere un respiro più immediatamente pop, senza rinunciare alla precisione e alla vitalità ritmica che le distinguono. È l’inizio di una trasformazione che porterà ai successi internazionali di World Machine nel 1985, ma le fondamenta sono state gettate proprio in questi primi anni, quando i Level 42 cercano ancora il punto d’incontro fra la libertà dei musicisti e le esigenze di una canzone.

Mark King sarà spesso ricordato per il suo modo inconfondibile di suonare il basso, ma ridurre il suo contributo a una questione di tecnica significa perdere di vista ciò che lo ha reso importante. Ha contribuito a portare uno strumento tradizionalmente collocato nelle retrovie al centro dell’immaginario di una band, trasformandolo in una voce capace di sostenere il groove, guidare le melodie e diventare parte integrante dell’identità di una canzone. E lo ha fatto senza impedire ai Level 42 di evolversi, passando dalle ambizioni jazz-funk degli esordi a un pop sofisticato che avrebbe lasciato un segno profondo negli anni Ottanta.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.