Bergamo – In via Pescaria, non lontano dallo stadio, si è consumata l’ennesima tragedia di violenza di genere: Valentina Sarto, 42 anni, è stata uccisa a coltellate dal marito, Vittorio Dongellini, 50 anni, che successivamente ha tentato invano di togliersi la vita ed è stato arrestato. Non risultano denunce precedenti, ma una vicina riferisce di frequenti litigi udibili dall’abitazione della coppia. L’episodio, avvenuto nella mattinata di mercoledì 18 marzo 2026, si inserisce in un fenomeno più ampio che in Italia continua a mietere vittime nonostante leggi e campagne di sensibilizzazione. I femminicidi, definiti come omicidi di donne per motivi di genere o in relazione a dinamiche di controllo e possesso, restano una piaga sociale: nel 2024 le donne uccise da partner o ex partner sono state circa 61, un numero che conferma la persistenza del problema. I dati sulla violenza di genere mostrano un fenomeno spesso sommerso: delle oltre 14.000 chiamate al numero antiviolenza 1522 registrate nel 2023, solo il 15,7% delle vittime ha denunciato all’autorità giudiziaria, mentre l’82,1% non ha presentato alcuna denuncia e il 2,2% ha denunciato per poi ritirare la denuncia. La bassa propensione a denunciare deriva da motivazioni complesse: paura di ritorsioni, preoccupazioni per la stabilità familiare e sfiducia nelle istituzioni spingono molte donne a non rivolgersi alla magistratura. Numerosi studi accademici internazionali evidenziano come il linguaggio utilizzato nei media e nei tribunali influisca profondamente sulla percezione del fenomeno e sul trattamento delle vittime. Termini che enfatizzano cause “passionali” o conflitti familiari, anziché riconoscere la violenza come problema strutturale, contribuiscono a spostare l’attenzione dall’autore alla vittima, facilitando forme di rivittimizzazione. Il modo in cui i fatti vengono raccontati, con titoli che parlano di “lite degenerata” o “lite mattutina”, e narrazioni che suggeriscono reciprocità nel conflitto, trasforma la donna da protagonista della violenza subita a “oggetto” di un evento tragico ma ordinario. Questa narrazione non neutra influenza la percezione sociale del fenomeno e i comportamenti successivi delle vittime e delle istituzioni. Chi denuncia affronta spesso un percorso ambiguo: la percentuale di vittime che denunciano e poi ritirano la denuncia, pur bassa, è sintomatica di situazioni in cui la fiducia nelle istituzioni vacilla o dove le stesse forze dell’ordine suggeriscono di non procedere. Senza un adeguato supporto psicosociale e una risposta rapida ed efficace delle istituzioni, molte donne ritirano la denuncia per paura, isolamento o pressioni psicologiche. Le politiche di prevenzione, come l’educazione nelle scuole e i programmi di formazione per operatori sanitari, forze dell’ordine e magistrati, restano spesso frammentate e sotto dotate di risorse. La Convenzione di Istanbul e il Codice Rosso hanno posto le basi per una rapida presa in carico delle vittime, ma l’effettiva attuazione sul territorio è disomogenea e spesso inefficace, con tempi di intervento troppo lunghi e poche misure di protezione preventiva. Il femminicidio di Bergamo non deve restare un fatto isolato di cronaca: è il prodotto di una cultura che non riconosce pienamente la gravità della violenza e di un sistema di prevenzione ancora insufficiente. Per cambiare davvero le cose non bastano le leggi o i decreti: è necessario cambiare il modo in cui si parla di violenza di genere, dare voce alle vittime senza colpevolizzarle, raccontare i dati e i fenomeni sociali con rigore e investire in prevenzione, sostegno e protezione attiva, così da interrompere la spirale di violenza che ancora oggi si conclude troppo spesso con un nome che non ha più voce.
BERGAMO, L’ENNESIMO FEMMINICIDIO: VALENTINA SARTO UCCISA DAL MARITO (Di Yuleisy Cruz Lezcano)
