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BORGO STAZIONE: QUANDO L’URBANISTICA A UDINE TAMPONA L’ANNOSA ASSENZA DI UN PIANO IDENTITÀ

DiRedazione

Lug 22, 2026

Nota sullo stato del rione a cura del Conservatore culturale, prof. Travain, creato dell’Arengo popolare cittadino. Il tutto nel quadro di celebrazioni sociali spontanee in occasione del 166° anniversario della Stazione asburgica e del quartiere da essa derivato.

“Nel 166° anniversario della Stazione ferroviaria di Udine e del suo suburbio, oggi parte del Centro, ecco che si ritiene di ricordare quanto la zona e le sue problematiche siano state banco di prova locale della capacità e della volontà della politica e delle Istituzioni in tema di gestione dei fenomeni sociali e culturali figli dalla globalizzazione, materia in pasto spesso alle più varie strumentalizzazioni di parte e ad una cronaca giornalistica sovente attenta alla notiziola
ma insofferente a riflessione profonda. Chi si è avventurato generosamente, nel 2003, in un’annosa impresa di riqualifica ambientale e socioculturale di tale area, ovvero lo storico Coordinamento Civico Udinese “Borgo Stazione”, si è reso conto, già dopo un decennio di attività a tamburo battente, che le soluzioni per quel quartiere, sempre più plurietnico in una città sempre più altrettanto e certo sempre meno comunità non solo e non tanto a causa degli immigrati, vanno cercate altrove, soprattutto a monte, come a monte si trova l’origine stessa dei problemi locali. Il tema del travaso di popolazione tocca una sfera di responsabilità innanzitutto statali ed eurocomunitarie. Quello della sicurezza si impone a piè pari con la percepita difficoltà delle Istituzioni a gestire i fenomeni di devianza, che possono avere in Borgo Stazione meta prediletta dal sapore esotico ma non certamente l’unico focolare. Il tema, poi, dell’integrazione identitaria, mancante di fatto, istituzionalmente e socialmente, di basi abbastanza condivise che vadano oltre il mero richiamo ad una comune osservanza delle leggi, pare segnare davvero il passo, confuso al massimo con qualche sterile sbruffo di friulano, qua e là, comunque senza esagerare! Vorremmo un Borgo Stazione friulanissimo mentre Udine e il Friuli non lo sono affatto? Insomma, a quale identità aggrapparsi, quale riproporre, quale reinventare per riaggregare, rifondare o fondare una comunità contemporanea locale? Un discorso diretto solo al Borgo Stazione, laboratorio in cui si è praticato un trapianto plurimo di alterità in un corpo morente, già indebolito da disconnessione, e che poteva farsi, invece, momento – più che altro nei sogni – per ‘risperimentare’ un modello antico di comunità anche basata su innesto di varietà su pianta locale vigorosa, che non c’era? Borgo Stazione, eventuale provetta per un prodotto d’ingegneria identitaria anche certo pregevole ma isolato in un contesto udinese e friulano in cui, al di là della debole facciata, la politica non mostra in larghissima parte di considerare e nemmeno di comprendere effettivamente il valore civico dell’identità come condivisione in termini inclusivi di una radice locale fatta di memoria storica e culturale dell’esperienza umana incarnata in ogni singolo angolo di mondo e quindi anche sul proprio territorio? Se non c’è vera politica identitaria a Udine e in Friuli, perché la pretendiamo per Borgo Stazione? Un restyling urbanistico può essere benvenuto ma non si può spacciarlo automaticamente per progetto di comunità. Comunità ‘autocostituita’ e magari anche ‘autoregolata’, ‘autodeterminata’, tramite una mera riorganizzazione degli spazi e non anche piuttosto dei contenuti e delle radici stesse di un vivere comune è mito libertario – si fa per dire – molto strampalato. In passato, urbanisti e architetti dovevano tradurre in concreto l’idea di comunità che il potere voleva imporre. Oggi il popolo e la società sono così maturi da non aver bisogno d’indirizzi su cui reggersi ma soltanto di spazi per poterlo fare? Perché abbiamo abdicato all’idea di progettare la comunità, di orientarne i sentimenti e i valori, i sensi di appartenenza? Si progettano spazi in cui la gente si incontri, non contenuti attorno a cui aggreghi, abbandonando il campo alla mercé degli standard globalisti che il popolo subisce ed assume a libertà. Stiamo rinunciando ad essere speciali in positivo, a distinguerci nel mare magnum della globalizzazione, della standardizzazione, dell’omologazione. Il civismo che ha dato linfa in questi decenni al Coordinamento Civico Udinese “Borgo Stazione” ha creduto nell’utopia antropologica di un’integrazione tra i cosiddetti autoctoni ed immigrati costituita sulla condivisione di una coscienza territoriale laicamente radicata nelle memorie e nelle migliori tradizioni valoriali dell’esperienza umana incarnata localmente nella Storia. Una coscienza e una condivisione da promuovere presso entrambi. Il punto è stato proprio che a Udine non vi è stata sinora, in questi decenni, una politica identitaria istituzionale calata nel presente e radicata nel passato. Folclore estemporaneo, sagre assurte a festival, mercatini, serate concerto, grandi e piccoli eventi di varia tarature: nulla che trasformi un pubblico in un popolo, fondato su certo affiatamento, coscienza comune di un proprio presente, di proprio passato territoriale se non persino di un comune destino. Si è credute, sperato, in questo. C’è chi ama il Bronx, ‘tifa’ per il Bronx, lo trova ‘frontiera’ più affascinante, elettrizzante, della vuota banalità ‘happy hour’ del Centro Storico. Una ‘frontiera’ che avanza verso il Centro, già lo avviluppa, e non si muove soltanto su piede esotico ma anche su italica balordaggine… Basti il caso Tominaga! Questa riflessione per ribadire l’importanza di un’attenzione civica sulle dinamiche dei quartieri e dei territori ma anche per segnalare quanto l’esperienza degli anni ‘ruggenti’ del Coordinamento storico di Borgo Stazione mai abbia trovato epigoni all’altezza di un ragionamento che sia andato oltre, nei casi migliori, un alquanto riduttivo rivendicazionismo legalitario oppure certe retoriche globaliste e terzomondiste autoreferenziali, per nulla attente a un diritto a sussistere delle realtà autoctone. Oltre a ciò, la responsabilità di parte della stampa che non di rado pesca nel torbido della notizia di nera ed evita del tutto di dare voce ad approcci più profondi e politicamente non ‘allineati’ e non ‘patrocinati’ sul tema rionale. Personalmente – anche da ideatore del nome stesso di ‘Borgo Stazione’, a sostituire nel 2003 non solo il commerciale ‘Quartiere delle Magnolie’ ma anche il toponimo originario di ‘Suburbio’, non più adeguato a rappresentare un rione del Centro – non vedo gli odierni orizzonti produttivi davvero di alcunché nella direzione, quella storica profonda, in cui il Coordinamento originario si è mosso. Vedo investimenti, soldi, politica: non vedo emergere un civismo maturo, combattivo e libero, lungimirante, che sia concreto ma che voli alto. Sarà, forse, miope questa mia lettura ma la realtà dei fatti, sociale, quotidiana, putroppo mi dà ragione. ‘Mai molâ! Duri al pezzo!’ ripeteva la grande presidente De Marco ma lei bastava a quel ‘Mai molâ’!. Questo il documento che il prof. Alberto Travain, Conservatore del Coordinamento Civico Udinese “Borgo Stazione” per conto dell’Arengo udinese, di cui è pro tempore anche presidente, ha presentato ai procuratori arengari prof.ssa Renata Capria D’Aronco e prof.ssa Maria Luisa Ranzato, in occasione di un breve momento cerimoniale nella ricorrenza del 166° anniversario della Stazione asburgica di Udine e del quartiere che ne derivò, evento tenutosi martedì 21 luglio 2026, in Viale Europa Unita, sul piazzale ferroviario, presso la lapide commemorativa delle cittadine, delle valorose donne friulane, che, tra 1943 e 1945, sfidando le armi del potere imperante, prestarono assistenza ai deportati transitanti sui vagoni verso i campi di concentramento nazisti d’Oltralpe: tra queste, ragazzina, l’impareggiabile compianta animatrice oltreché presidente indimenticata del Coordinamento storico di “Borgo Stazione”, sig.ra Francesca De Marco. “Un omaggio al civismo udinese irriducibile – ha detto Travain – , la cui esperienza, nella cornice dell’originario sodalizio popolare, che, nel 2003, si assunse la funzione “partecipativa” di incidere sulla gestione della cosa pubblica ambientale, culturale e legale di un rione ferroviario ‘ripescato’ dalla Storia, è certamente stata cosa memorabile, da ascrivere agli annali di una città, la cui stampa, però, non è stata affatto davvero fedele e puntuale annotatrice, valorizzando la reale portata, i contenuti e gli orizzonti di un’iniziativa che andava in direzione totalmente diversa rispetto alla politica gridata e vuota che sempre ha assediato la materia in questione!”. Il “procurator” prof.ssa Capria D’Aronco ha, in coda, segnalato la vergognosa situazione di degrado in cui versa l’edificio storico dell’ex Hotel Europa, una delle battaglie del Coordinamento rionale delle origini, che pareva vinta ma oggi segna il passo.

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