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Dalla tragedia di Panama alle tensioni venezuelane: la lunga ombra della politica americana in America Latina (Di Yuleisy Cruz Lezcano)

DiRedazione

Gen 10, 2026

La storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’America Latina è segnata da una lunga sequenza di interventi diretti e indiretti che hanno inciso profondamente sulla sovranità politica dei Paesi della regione. Uno degli episodi più emblematici di questa dinamica risale al 9 gennaio 1964, quando a Panama una marcia studentesca diretta verso il Canale si concluse in modo tragico. In quella giornata, passata alla storia come il “Giorno dei Martiri”, le forze statunitensi presenti nella Zona del Canale intervennero con una repressione violenta al di fuori della loro giurisdizione, causando la morte di 22 civili panamensi. L’evento non fu un fatto isolato, ma il risultato di decenni di tensioni accumulate attorno a un’infrastruttura strategica che, pur trovandosi in territorio panamense, era di fatto controllata da una potenza straniera.

Dal 1903, infatti, il trattato Hay–Buneau Varilla aveva imposto a Panama una cessione a perpetuità della sovranità su una fascia di territorio larga otto chilometri per lato lungo tutta l’estensione del Canale, spezzando il Paese in due e sancendo una presenza statunitense che andava ben oltre la semplice gestione economica dell’opera. Il successivo trattato Filós–Hines del 1947, pur presentato come un aggiornamento, non modificò in alcun modo l’asimmetria di fondo, lasciando irrisolta la questione della sovranità e alimentando un crescente malcontento popolare. Le proteste studentesche degli anni Cinquanta e Sessanta, culminate nel sangue del 1964, rappresentarono una rivendicazione di dignità nazionale prima ancora che una disputa giuridica. Solo molti anni dopo, con gli accordi Torrijos–Carter del 1977 e il trasferimento definitivo del Canale a Panama nel 2000, quella ferita storica trovò una parziale ricomposizione.

Richiamare oggi quella vicenda non è un esercizio di memoria sterile, ma una chiave interpretativa utile per comprendere le tensioni contemporanee tra Washington e l’America Latina. Le recenti dichiarazioni del presidente colombiano Gustavo Petro nei confronti del presidente statunitense Donald Trump si inseriscono in questa lunga continuità storica. Petro ha reagito con toni durissimi alle notizie e alle dichiarazioni provenienti da Washington su l’operazione statunitense in Venezuela, presentata dall’amministrazione americana come parte della lotta al narcotraffico e alla destabilizzazione regionale. Secondo la versione statunitense, si sarebbe trattato di un’azione necessaria per ristabilire l’ordine e favorire una transizione politica; tuttavia, in America Latina tali affermazioni vengono lette con profondo scetticismo, alla luce di una storia in cui la retorica della sicurezza e della democrazia ha spesso mascherato interessi geopolitici ed economici. Petro, ex guerrigliero divenuto presidente attraverso le urne, ha evocato esplicitamente il rischio di una reazione popolare armata, sostenendo che un intervento militare straniero o l’arresto di un leader percepito come legittimo da una parte significativa della popolazione venezuelana potrebbe innescare una spirale di violenza incontrollabile. Le sue parole, per quanto forti, riflettono una consapevolezza storica diffusa nella regione: ogni intervento esterno tende a produrre effetti opposti a quelli dichiarati, rafforzando dinamiche di radicalizzazione e delegittimando ulteriormente le istituzioni.

La politica di Donald Trump verso l’America Latina, sia durante il suo primo mandato sia nel suo ritorno alla Casa Bianca, si caratterizza per un approccio fortemente unilaterale, in cui la pressione economica, le sanzioni e la minaccia dell’uso della forza vengono impiegate come strumenti ordinari di politica estera. Nel caso venezuelano, questo approccio si innesta su un contesto già segnato da un progressivo autoritarismo interno, con una crescente militarizzazione della vita pubblica, la presenza di gruppi paramilitari nelle strade, la criminalizzazione dell’opposizione politica e la riduzione degli spazi di dissenso. Tuttavia, l’intervento esterno rischia di legittimare ulteriormente queste pratiche, offrendo al potere locale un nemico esterno contro cui compattare il consenso.

Il paradosso che emerge è simile a quello vissuto da Panama nel secolo scorso: la difesa proclamata della libertà e della sicurezza si traduce, nei fatti, in una compressione della sovranità e in un aumento della violenza. Gli studiosi di relazioni internazionali e di storia latinoamericana hanno più volte sottolineato come l’egemonia statunitense nella regione si sia costruita attraverso un intreccio di strumenti militari, economici e simbolici, spesso giustificati da un linguaggio moralizzante che fatica a reggere il confronto con le conseguenze concrete sul terreno. Nel clima attuale, le parole di Gustavo Petro assumono quindi un significato che va oltre il contingente. Esse rappresentano una sfida aperta a un modello di relazioni internazionali percepito come anacronistico, fondato sulla forza più che sul diritto.

A questo proposito è utile ricordare, richiamano implicitamente episodi come il Giorno dei Martiri panamense, quando la sproporzione di potere si tradusse in una tragedia che segnò un’intera generazione. La memoria di Panama del 1964, così come le cicatrici lasciate da decenni di interventi in America Centrale e Meridionale, continua a pesare sulle scelte e sulle reazioni dei leader latinoamericani di oggi. In questo senso, la crisi venezuelana e lo scontro verbale tra Bogotá e Washington non possono essere letti solo come un conflitto diplomatico momentaneo. Essi riflettono una tensione strutturale tra un’America Latina sempre più consapevole della propria storia e una politica estera statunitense che, nonostante i cambiamenti di contesto globale, sembra riproporre schemi già visti. La lezione del Canale di Panama suggerisce che la stabilità duratura non nasce dall’imposizione, ma dal riconoscimento reciproco della sovranità e dalla costruzione di soluzioni condivise. Ignorare questa lezione significa rischiare di ripetere, sotto nuove forme, tragedie che la storia ha già ampiamente documentato.

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