Negli Stati Uniti, sotto il secondo mandato presidenziale di Donald Trump, l’attività e le condizioni di detenzione gestite dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) sono diventate oggetto di accesi dibattiti politici, legali e umanitari. Testimonianze dirette come quella del giovane Julien Pereira, un cittadino francese trattenuto da ICE per circa un mese, e numerose inchieste giornalistiche e rapporti di organizzazioni per i diritti umani dipingono un quadro di condizioni inumane, violazioni sistemiche dei diritti e un sistema di detenzione in forte espansione, spesso gestito da società private, con implicazioni profonde per la dignità umana e il futuro delle politiche migratorie statunitensi.
Secondo resoconti pubblicati oggi e raccolti da testate europee come NiceMatin e Le HuffPost, Pereira arrivò negli Stati Uniti all’età di 17 anni con una visa studentesca, conseguì una laurea e un MBA e lavorò per anni regolarmente, fino a quando un “problema amministrativo” non invalidò il suo visto e lo trasformò in un immigrato irregolare secondo le autorità d’immigrazione statunitensi. Dopo un tentativo di raggiungere il Canada, respinto dalle autorità canadesi, Pereira fu consegnato alla U.S. Border Patrol e poi trasferito in detenzione ICE. “Mi hanno ammanettato come un criminale”, disse descrivendo la sua esperienza nel centro di detenzione di Batavia, New York, dove dormì su materassi sul pavimento in un dormitorio con circa 80 persone, con luci accese 24 ore su 24 e condizioni igieniche precarie; dopo due settimane fu trasferito in un campo di detenzione di Otay Mesa, California, uno dei principali centri di detenzione migranti del Southwest. Secondo Pereira i detenuti soffrivano la fame, l’insicurezza psicologica e la perdita di peso consistente, fino a che fu finalmente rilasciato dietro cauzione di 5.000 dollari e abbandonato senza documenti e assistenza alla frontiera con il Messico.
La sua testimonianza si inserisce in un contesto più ampio. Organizazioni umanitarie e giuristi hanno più volte segnalato condizioni di detenzione difficili o addirittura abusive in molte strutture ICE. Nel Batavia Detention Center, una struttura federale di New York, indagini giornalistiche hanno descritto carenze mediche, ritardi nelle cure, mancanza di personale sanitario e sovraffollamento, con un rapporto del Dipartimento della Sicurezza Interna che ha evidenziato un arretrato di centinaia di detenuti in attesa di cure specialistiche e condizioni contrarie agli standard dell’agenzia stessa.
Altre segnalazioni confermano che molte persone in custodia vengono detenute per periodi prolungati in strutture pensate per brevi trattenimenti, spesso oltre la capacità di legge, con conseguenze su igiene e diritti fondamentali. Un video virale proveniente da un centro ICE a Baltimora, Maryland, mostra detenuti stipati in celle senza letti adeguati e senza possibilità di igiene per giorni, denunciando una violazione dello stesso regolamento interno di ICE e sollevando critiche da parte di gruppi di avvocati per i diritti civili.
Il dibattito pubblico e legale riguarda non solo le condizioni materiali, ma anche il ruolo crescente delle strutture di detenzione private e della logica di profitto che spinge a trattenere il maggior numero possibile di persone più a lungo possibile. Un rapporto di associazioni per i diritti umani diffuso nel 2025 evidenzia che circa il 90 % dei detenuti ICE nel 2023 erano trattenuti in centri gestiti da compagnie private su contratti federali, spesso con sovraffollamento, mancanza di cure mediche adeguate e abuso fisico e psicologico documentato.
Il quadro istituzionale conferma che la detenzione migratoria negli Stati Uniti — la più vasta al mondo — continua a trattenere decine di migliaia di persone ogni giorno. Secondo un’analisi di Physicians for Human Rights, l’uso di isolamento prolungato (una forma di segregazione spesso paragonata a tortura se supera certe durate) è aumentato notevolmente tra il 2024 e il 2025, con circa oltre 10.000 persone soggette a questo regime in strutture di detenzione migrante, una cifra che riflette un’aggressività crescente nella gestione dei detenuti nel quadro dell’amministrazione Trump.
Le risposte giudiziarie e legali non sono mancate. Nel settembre 2025, un tribunale distrettuale di New York ha emesso un’ingiunzione preliminare contro ICE per proibire la detenzione in condizioni abusive presso il centro di 26 Federal Plaza, imponendo limiti allo spazio minimo per detenuto, accesso alla doccia e alla comunicazione con avvocati, dopo accuse di violazioni della Costituzione e dei diritti umani nelle pratiche di detenzione.
La stagione di riferimento della presidenza Trump ha visto inoltre una spinta verso l’espansione dei centri di detenzione. Documenti ottenuti attraverso cause FOIA presentate dalla American Civil Liberties Union (ACLU) rivelano piani per ampliare la capacità di detenzione migranti in numerosi Stati, in risposta alla pressione politica e alla promessa elettorale di applicare una politica di immigrazione più severa e di deportazioni aumentate.
Il caso di Pereira, pur essendo una testimonianza individuale, risuona con la narrativa di decine di migliaia di persone trattenute negli Stati Uniti: persone che spesso non hanno precedenti penali e che hanno perso il loro status legale a causa di complicazioni amministrative, errori burocratici o richieste di visto in corso, e che finiscono in un sistema in cui “non hai più nome, sei solo un numero”, come ha riferito lo stesso Pereira. Organizzazioni di advocacy e gruppi per i diritti umani sottolineano che la questione non può essere affrontata limitandosi a riformare ICE o a criticare singole pratiche: occorre una riflessione più ampia su un complesso industrialcarcerario migratorio che combina interessi privati, incentivi economici e politiche d’immigrazione fortemente securitarie, con impatti psicologici e sociali profondi sui partecipanti. Critici affermano che i costi umani e l’erosione dei diritti fondamentali di persone innocenti non possono rimanere impuniti né ignorati nelle scelte legislative e politiche degli Stati Uniti contemporanei.
