Negli ultimi anni la migrazione cubana verso gli Stati Uniti ha assunto dimensioni senza precedenti nella storia recente dell’isola. Secondo i dati ufficiali della U.S. Customs and Border Protection e del Department of Homeland Security, dal 2022 a oggi centinaia di migliaia di cittadini cubani sono entrati negli Stati Uniti attraverso diverse vie, legali e irregolari, configurando il più grande esodo cubano dall’inizio della Rivoluzione del 1959. Questo flusso migratorio non può essere compreso come una semplice somma di decisioni individuali né ridotto alla formula,spesso ripetuta, della “ricerca di opportunità”. Si tratta invece di un fenomeno strutturale, radicato in pressioni economiche, politiche e geopolitiche che si sono accumulate nel tempo e che oggi convergono in modo drammatico.
L’economia cubana attraversa una crisi profonda, riconosciuta dallo stesso governo dell’isola e documentata da organismi internazionali come la CEPAL e la FAO. Inflazione elevata, scarsità cronica di beni di prima necessità, difficoltà nel garantire una fornitura stabile di energia elettrica, salari reali fortemente erosi e una produttività limitata caratterizzano la vita quotidiana di gran parte della popolazione. Queste condizioni incidono direttamente sulla capacità delle famiglie di soddisfare bisogni fondamentali e di pianificare il futuro. In tale contesto, per molti cittadini l’emigrazione non rappresenta un progetto di mobilità sociale volontaria, ma una strategia di sopravvivenza familiare,spesso finalizzata all’invio di rimesse che consentano ai parenti rimasti sull’isola di far fronte alle carenze interne.
A queste difficoltà strutturali si somma l’impatto delle sanzioni economiche statunitensi. L’embargo imposto dagli Stati Uniti a partire dai primi anni Sessanta, e rafforzato nel tempo attraverso leggi come la Helms-Burton, limita l’accesso di Cuba ai mercati finanziari internazionali, al credito, a determinati beni, tecnologie e circuiti commerciali. Pur non trattandosi di un blocco totale, come spesso sottolineano fonti statunitensi, numerosi studi delle Nazioni Unite e le risoluzioni annuali dell’Assemblea Generale ONU evidenziano come le sanzioni abbiano un impatto reale sull’economia cubana, aumentando i costi delle importazioni, scoraggiando investimenti esteri e complicando operazioni bancarie essenziali. Le conseguenze di queste restrizioni non restano confinate ai bilanci macroeconomici, ma si riflettono direttamente sulle condizioni di vita della popolazione.
Allo stesso tempo, sarebbe riduttivo attribuire tutte le responsabilità esclusivamente alle pressioni esterne. Il modello economico cubano, fortemente centralizzato e caratterizzato da un alto grado di controllo statale, presenta limiti strutturali riconosciuti anche da analisti interni al paese. La lentezza delle riforme, l’eccessiva burocrazia, le restrizioni all’iniziativa privata e le difficoltà nel trattenere forza lavoro qualificata hanno contribuito a ridurre le prospettive di sviluppo e a generare frustrazione, in particolare tra i giovani. Inoltre, le restrizioni alle libertà civili e politiche, documentate da organizzazioni internazionali per i diritti umani, costituiscono per una parte della popolazione un ulteriorefattore di spinta all’emigrazione.
Un elemento centrale nella specificità del caso cubano è il ruolo degli Stati Uniti non solo come attore che impone sanzioni, ma anche come principale destinazione migratoria. Le politiche migratorie statunitensi nei confronti dei cubani, storicamente più favorevoli rispetto a quelle riservate ad altri gruppi latinoamericani, hanno contribuito a modellare aspettative e strategie migratorie. Anche dopo la fine della politica “wet foot, dry foot”, rimangono programmi di parole umanitarie e canali legali che, pur con l’obiettivo dichiarato di ordinare e rendere più sicuri i flussi, esercitano un forte potere di attrazione. Questa combinazione produce una situazione paradossale in cui il paese che contribuisce alle condizioni economiche che spingono all’emigrazione viene percepito, una volta raggiunto, come spazio di stabilità e abbondanza.
Da qui nasce una complessa dinamica psicologica e sociale. Molti migranti, confrontando la scarsità vissuta a Cuba con l’abbondanza relativa trovata negli Stati Uniti, tendono a stabilire una relazione diretta tra miseria e governo cubano, e tra benessere e sistema statunitense, senza integrare nel quadro di analisi il peso delle condizioni strutturali e delle sanzioni. Questo processo non è solo politico, ma anche emotivo: attribuire la responsabilità a un attore vicino e identificabile può risultare più semplice che riconoscere l’esistenza di forze geopolitiche più ampie e difficilmente controllabili. Inoltre, l’integrazione nel paese di accoglienza spesso passa anche attraverso l’adozione del suo linguaggio politico dominante, dei suoi media e delle sue narrazioni sul paese di origine.
Il risultato è una frattura che non riguarda soltanto il territorio, ma anche le identità e i racconti collettivi. Comunità cubane all’estero tendono talvolta a riprodurre e rafforzare una visione che separa completamente la crisi economica interna dal contesto di pressione esterna, mentre sull’isola il discorso ufficiale enfatizza quasi esclusivamente le responsabilità del blocco, minimizzando i limiti del sistema interno. In mezzo a queste narrazioni contrapposte restano le famiglie divise, i figli che crescono lontano dai genitori e un paese che perde una parte significativa della propria forza lavoro e del proprio capitale umano.
La migrazione cubana, dunque, non è soltanto un fenomeno economico o demografico, ma anche una battaglia per l’interpretazione della realtà. Comprenderla richiede di riconoscere responsabilità condivise e interconnesse.
Ridurre questa complessità a spiegazioni univoche o a metafore semplicistiche rischia di oscurare le vere cause del fenomeno e, soprattutto, di allontanare la possibilità di soluzioni che mettano al centro il benessere delle persone coinvolte.
Negli Stati Uniti, il secondo mandato del presidente Donald Trump ha segnato un punto di svolta profondo nella politica migratoria, con effetti significativi sulla comunità cubana e sulle narrative politiche sia negli Stati Uniti che all’interno della diaspora cubana. A oltre un anno dall’inizio di questa gestione, le misure decise dall’amministrazione, dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) al Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS), indicano un inasprimento complessivo delle politiche di controllo e enforcement, con impatti concreti sui migranti e sulle famiglie cubane e latinoamericane. Infatti , fin dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha firmato l’Executive Order 14159, intitolato “Protecting The American People Against Invasion”, che ha ampliato l’uso delle espulsioni accelerate (expedited removal), tagliato fondi ai cosiddetti “santuario” e introdotto sanzioni più severe contro chi vive negli Stati Uniti senza documenti. Questa linea dura ha avuto un effetto immediato: processi di immigrazione, inclusi ricongiungimenti familiari e domande di asilo, sono stati sospesi o drasticamente rallentati per cittadini di Cuba e di altre nazionalità considerate “ad alto rischio”.
Gli effetti sulle comunità cubane sono stati tangibili. Le rotte legali di ingresso e i programmi umanitari attivati dall’amministrazione precedente sono stati eliminati o sospesi, provocando lunghe attese nel limbo migratorio e un forte incremento delle deportazioni. Nel corso del 2025, Trump ha raggiunto numeri record di rimpatri di cubani, con oltre 1.600 rimpatri nel solo anno, il doppio rispetto all’anno precedente, e ha praticamente azzerato i canali legali di ingresso come visti e ricongiungimenti familiari. Questa svolta è accompagnata da una crescita impressionante delle risorse destinate all’ICE: l’agenzia oggi supera di gran lunga in personale e budget molte altre agenzie federali, con un processo di addestramento accelerato e una struttura sempre più orientata alla detenzione e all’espulsione piuttosto che all’integrazione o alla gestione umanitaria dei migranti.
Il quadro politico si è dunque evoluto in una direzione molto meno favorevole nei confronti dei cubani rispetto alle politiche precedenti, che avevano previsto programmi di ingresso temporaneo e vie legali di stabilizzazione. Queste misure riflettono una scelta strategica dell’amministrazione Trump, ma anche una risposta a pressioni politiche interne al Partito Repubblicano e ad alcune frange della comunità cubano-americana favorevoli a misure più dure verso il governo cubano e la migrazione in generale.
In molti casi, però, questa pressione si è tradotta in politiche che non solo non alleviano la sofferenza del popolo cubano, ma rischiano di aggravare le difficoltà delle famiglie che cercano sicurezza e stabilità. Alcuni gruppi di cubani all’interno degli Stati Uniti, in particolare tra coloro che storicamente hanno sostenuto posizioni conservatrici, hanno spinto per un inasprimento delle misure contro Cuba, incluse sospensioni di trasferimenti di denaro e restrizioni sui viaggi. Questo sentimento si basa su una narrativa semplificata che identifica nel sistema cubano l’unico responsabile delle difficoltà economiche e sociali, e negli Stati Uniti l’unica promessa di libertà e prosperità.
Tuttavia, questa posizione ignora il fatto che molte delle cause che hanno spinto migliaia di cubani ad emigrare sono esogene e strutturali, legate anche a pressioni esterne, inclusi limiti commerciali e finanziari imposti dagli Stati Uniti e dalle potenze internazionali. Così come la migrazione cubana non è solo un fenomeno economico, ma anche una battaglia per il racconto, la politica migratoria di Washington oggi rischia di alimentare ulteriori divisioni all’interno della diaspora. A volte, il sostegno a misure molto dure riflette più una frattura psicologica e identitaria che un’analisi ponderata dei costi umani e sociali di tali scelte.
Il risultato è una migrazione che non cambia solo geografia ma anche cornice mentale: molti cubani che vivono negli Stati Uniti finiscono per vedere il paese che li ha accolti come il “salvatore” e il sistema da cui provengono come il “carceriere”, senza integrare nella propria analisi la complessità delle forze esterne che hanno contribuito alla crisi.
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