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Feltre e L’Avana a confronto: architettura, simboli e tragedie teatrali (Di Yuleisy Cruz Lezcano)

DiRedazione

Apr 1, 2026

Camminando sotto il soffitto a velario, tra palchi dorati e tendaggi rossi che avvolgono il Teatro de la Sena di Feltre, si ha l’impressione di entrare in un luogo dove il tempo si piega su sé stesso, dove passato e presente si intrecciano in una danza silenziosa di luci e ombre. In quella sala raccolta, bomboniera di eleganza progettata da Gianantonio Selva e impreziosita nel 1843 dai dipinti di Tranquillo Orsi, il visitatore si trova circondato da simboli che parlano di arte, ordine e umanesimo: la grande tela raffigurante la sfida tra Apollo e Marsia è un’allegoria potente della lotta tra ragione e invenzione, tra disciplina musicale e fervore creativo, e ancora oggi, nei colori e nelle linee, conserva una forza narrativa che trascende il semplice decoro scenico.

Questo teatro, nato come salone di assemblea e trasformato in spazio pubblico di spettacolo a partire dal 1684, è il risultato di secoli di storia cittadina: dagli spettacoli carnevaleschi del Seicento alle commedie di Carlo Goldoni negli anni ’20 del Settecento, fino alle ristrutturazioni ottocentesche che ne fecero una “piccola Fenice” del teatro italiano. Ogni elemento architettonico, dai palchetti che si affacciano come occhi su un palcoscenico intimo, alla sinuosità delle decorazioni, parla di una comunità che ha vissuto il teatro non solo come intrattenimento, ma come rito collettivo di partecipazione culturale.

Eppure, mentre percorrevo quei legni antichi e osservavo gli affreschi classici, la mia mente si è allontanata fisicamente e mi ha portato nell’altra parte del mondo, in un luogo che non esiste più ma che brilla nei documenti e nelle cronache: il Coliseo o Teatro Principal di L’Avana. Inaugurato il 20 gennaio 1775 davanti all’Alameda de Paula, era stato il primo teatro costruito specificamente per la lirica in America, un’edificazione in muratura e legno desiderata dalla borghesia emergente dell’isola.

Il Coliseo, con i suoi quattro ordini di palchetti, la platea su cui si affacciava una società cubana in fermento e gli spettacoli di opera, era un palcoscenico che rispecchiava l’Anima di un porto cosmopolita, dove europei e locali si incontravano nella magia delle rappresentazioni liriche. Qui, secondo le cronache dell’epoca, opere come Didone abbandonata di Metastasio risuonavano tra le colonne e gli stucchi, segnando non solo una prima assoluta ma l’inizio di una tradizione che portò l’Avana a competere con altre metropoli culturali del continente.

Il confronto tra i due teatri è, in effetti, un confronto tra due visioni del mondo e dell’arte. Il Teatro de la Sena con la sua struttura raccolta, la simbologia ispirata all’antichità classica e i riferimenti al culto dell’armonia riflette un’idea di teatro come spazio profondamente umano e comunitario, un luogo in cui gli spettatori sono chiamati a condividere l’esperienza artistica in un legame quasi domestico. I motivi neoclassici, le decorazioni di Orsi e l’atmosfera raccolta parlano di un teatro che è insieme rifugio e tempio della cultura cittadina. Nel Coliseo habanero, la visione era diversa ma ugualmente potente: un teatro di grandi dimensioni, con una struttura che si affacciava sulla vita urbana e che mirava a creare un centro culturale collettivo, con la capacità di ospitare numerosi spettatori e attirare compagnie internazionali. La sua architettura rispecchiava l’ambizione di una città porto, vivace e aperta ai venti del mondo, dove l’opera diventava un simbolo di modernità e aspirazione culturale.

Se nel teatro italiano è la simmetria classica e la raffinatezza decorativa a guidare lo sguardo dell’osservatore, nel teatro cubano perduto era la dimensione sociale e cosmopolita a segnare ogni dettaglio: un edificio che, pur costruito con materiali fragili come legno e muratura, fu descritto dai contemporanei come “magnifico” e capace di rivaleggiare con altri teatri del Nuovo Mondo, fino alla sua distruzione per cause naturali e all’oblio fisico prodotto dalle trasformazioni urbane.

E così, mentre camminavo nella piccola sala di Feltre, tra i simboli di Apollo, strumenti musicali e palchi dorati, sentivo riecheggiare idealmente l’eco delle prime opere cubane, delle voci liriche che un tempo animavano il Coliseo. Due mondi separati da oceani e secoli, legati però dallo stesso desiderio di dare forma visibile alla musica, alla poesia e alla partecipazione culturale. Uno custodito, restaurato, ancora accessibile, il teatro come custode della memoria, l’altro vivente solo negli archivi e nelle note di chi ha studiato la storia dell’opera americana. In entrambi i casi, ciò che resta è la testimonianza di una civiltà che ha creduto nell’arte come linguaggio universale: nei simboli dipinti, nelle strutture, nella musica raccontata o immaginata, il teatro rimane specchio delle aspirazioni umane e ponte tra diverse geografie del cuore.

Visitare il Teatro de la Sena di Feltre e confrontarlo con i grandi teatri storici come il Coliseo o Teatro Principal di L’Avana significa non solo ammirare due spazi dedicati alla scena, ma comprendere come tempo, eventi traumatici e trasformazioni sociali abbiano modificato il destino di questi luoghi, imprimendo nella loro memoria storica eventi di distruzione, restauro e morte. Nel caso del Teatro de la Sena, la storia è costellata di eventi drammatici che raccontano l’intreccio tra vita culturale e fatalità naturali. Il 26 luglio 1769, durante uno spettacolo, un fulmine si abbatté improvvisamente sulla sala gremita di spettatori. Il colpo fu così violento da provocare la morte di cinque persone e decine di feriti, oltre a ingenti danni alle strutture del teatro stesso, tanto che la sala venne utilizzata in modo solo sporadico per anni e fu chiusa per lunghi periodi. Le cronache locali dell’epoca ricordano non solo i numeri delle vittime, ma le conseguenze profonde sull’animo della comunità: la sala non era più un semplice spazio di spettacolo, ma un luogo che custodiva il ricordo di un trauma collettivo. Dopo questo evento, la secolare pratica teatrale feltrina subì una battuta d’arresto, con aperture e chiusure alternate fino alla fine del XVIII secolo. Solo nel 1802, in un periodo di maggiore stabilità politica, fu affidato all’architetto veneziano Gianantonio Selva il compito di ristrutturare radicalmente l’ambiente. Questo intervento, attuato tra il 1802 e il 1813, includeva la demolizione di una parte della parete e la creazione di una nuova struttura con ventiquattro palchetti che garantissero migliore acustica e funzionalità. Il teatro, così, ha conosciuto una storia fatta di pause e rinascite, segnate da eventi che non sono solo architettonici ma anche sociali: ogni muro e ogni palchetto custodiscono le tracce di passaggi storici e trasformazioni culturali del territorio di Feltre.

Il destino del Coliseo o Teatro Principal di L’Avana, invece, è segnato dalla fragilità fisica e dalle forze naturali, oltre che dai mutamenti della città stessa. Costruito tra il 1773 e il 1775 e inaugurato il 20 gennaio 1775, fu il primo teatro d’opera costruito espressamente a Cuba e divenne subito simbolo della vivace vita culturale della capitale coloniale. Tuttavia, già alla fine del XVIII secolo la struttura versava in condizioni così precarie da essere chiusa nel 1788 per deterioramento. Un primo restauro lo riportò in funzione come El Principal nel 1803, ma l’edificio fu pesantemente colpito da un ciclone nel 1846 che ne compromesse la stabilità e, sebbene si tentasse di ripararlo, compariva già come “destruído” nelle mappe cittadine del 1853.

A differenza della Sena, dove il trauma fu causato da un evento improvviso durante una rappresentazione, il fulmine, il Coliseo habanero fu distrutto dalla forza della natura e dal tempo, sino a scomparire fisicamente dal tessuto urbano. Non restano testimonianze materiali nel presente, se non riferimenti nei documenti storici, mappe e litografie che ne descrivono l’aspetto originale, ricordando il ruolo fondamentale che ebbe nella diffusione dell’opera a Cuba.

Questa differenza, un teatro che sopravvive con i segni delle ferite e uno che semplicemente sparisce, racconta due approcci culturali alla distruzione e alla memoria. Nel caso feltrino, la tragedia del 1769 ha lasciato un lascito narrativo nell’identità stessa del teatro; la ricostruzione ottocentesca e i restauri successivi ne hanno fatto un monumento vivente che si può visitare e comprendere. Nel caso di L’Avana, ciò che resta del Coliseo è un’eco storica, un punto di riferimento nei testi e nei ricordi degli studiosi, ma non un edificio tangibile nel presente.

Fonte:

https://comune.feltre.bl.it/vivere-il-comune/luoghi/teatro-la-senna

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