Frammenti scalzi di forma
Lo trovarono là,
tra margherite bianche e gialle,
inermi come occhi spalancati.
Il prato era un disordine
di frammenti scalzi di forma,
un lessico rotto
che il giorno non seppe tenere insieme.
Le urla inespresse
strette tra le labbra,
semi di suono non caduti,
mentre le ultime aritmie
tremavano nelle sue corde vocali.
Il ferro aveva parlato
prima del cuore, la macchina
chiudendo il gesto, inceppando
si è portato via il suo tempo.
Lontano, una madre
sentì il corpo farsi vuoto,
un peso improvviso nel respiro:
il legame avverte sempre
quando qualcosa si spezza.
Le sirene attraversavano l’aria
come fenditure di luce,
portavano un corpo
non il ritorno.
E i giovani sogni,
sognando ancora,
tentavano di correggere il finale,
spostando le virgole del destino,
come se la vita
potesse ancora
tornare indietro.
Questa poesia nasce per stare accanto al dolore della madre di Andrea Cricca, alla sua famiglia, a chi gli ha voluto bene.
Nasce per dare voce a un nome, perché Andrea Cricca non resti solo una riga di cronaca, un fatto consumato in fretta, ma una presenza umana, viva nella memoria collettiva. Scrivere è un gesto fragile, ma necessario: serve a nominare ciò che è stato tolto, a riconoscere una vita spezzata mentre stava lavorando, a restituire dignità a un’esistenza interrotta troppo presto.
Questi versi vogliono anche denunciare. Dire che la morte sul lavoro non è fatalità, che dietro ogni “incidente” c’è una responsabilità diffusa, un sistema che continua a chiedere velocità, silenzio, sacrificio. Andrea Cricca aveva venticinque anni, e il suo nome pesa più di qualsiasi statistica.
