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Il confine invisibile tra sicurezza e autoritarismo (Di Yuleisy Cruz Lezcano)

DiRedazione

Gen 24, 2026

L’agosto del 2025 un nome è entrato in modo tragico nel dibattito sulla politica migratoria degli Stati Uniti: Geraldo Lunas Campos, un migrante cubano di 55 anni, è morto il 3 gennaio 2026 sotto la custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) nel centro di detenzione Camp East Montana, situato vicino a El Paso, Texas. Secondo l’autopsia ufficiale dell’El Paso County Medical Examiner’s Office, la causa della morte è stata asfissia dovuta alla compressione del collo e del torace, e il decesso è stato classificato come omicidio. Il corpo presentava segni coerenti con una lotta fisica e lesioni al collo e al petto, indicando un episodio di violenza durante la contenzione fisica da parte delle guardie presenti. La versione iniziale delle autorità, che aveva parlato di “distress medico” o di un tentativo di suicidio, è stata messa in discussione dalle evidenze forensi e dalle testimonianze di altri detenuti che sostengono di aver visto più agenti esercitare forza fisica su Campos fino a impedirgli di respirare.Questa morte non è un caso isolato: nel 2025 il numero di decessi nelle strutture di detenzione dell’ICE ha raggiunto livelli record da oltre due decenni, e nei primi giorni del 2026 altri migranti sono morti in circostanze che sollevano interrogativi simili sulla gestione e le condizioni di detenzione. La tragedia di Campos è diventata simbolica di un più ampio fenomeno sociale e politico. Dal punto di vista filosofico, essa incarna la tensione tra potere statale e dignità individuale, e illustra come la sopraffazione dei governi autoritari o degli apparati amministrativi possa tradursi non solo in politiche coercitive, ma anche in sofferenze concrete nella vita di persone reali. Il pensiero critico sulla sovranità statale ha da sempre riflettuto su come l’autorità, legittimata dalla legge, possa degenerare in arbitrio quando non è bilanciata da empatia, responsabilità e trasparenza. In questo senso, la custodia di migranti in condizioni degradanti richiama le critiche di filosofi come Hannah Arendt, che denunciava la banalità del male quando l’apparato burocratico si sottrae all’esercizio della coscienza morale nella sua azione quotidiana.

Nel contesto statunitense contemporaneo, la morte di Campos si inserisce in un clima polarizzato: da una parte, una parte dell’opinione pubblica e dei media locali sostiene le misure di controllo come necessarie per la sicurezza nazionale, spesso enfatizzando la pericolosità di alcuni individui per giustificare approcci duri alla migrazione; dall’altra, intere comunità di immigrati, attivisti per i diritti umani e cittadini solidali hanno espresso indignazione, denunciando la morte come esito di una gestione disumana e una politica che vuole mettere al centro l’ordine più che la vita umana.

Nei social network e negli spazi di discussione pubblica la reazione non è stata uniforme: alcune narrative si concentrano sui pericoli della presenza di immigrati irregolari, alimentando sentimenti di paura e chiusura, mentre altre, spesso provenienti dalla stessa comunità immigrata o da gruppi solidaristici, parlano di fallimento dell’apparato statale nel garantire dignità e protezione a chi vive ai margini. In molti casi, la discussione si è trasformata in uno scontro aspro e individualistico, dove l’urgenza di difendere il proprio “orticello” identitario o di sicurezza personale ha prevalso sulla capacità di empatizzare con la sofferenza altrui.

Questo individualismo radicale riflette una carenza empatica nella società contemporanea: spinti dalla paura e da una narrazione mediatica spesso polarizzante, molti cittadini reagiscono con immediata difesa del proprio interesse percepito piuttosto che con una riflessione profonda sulla condizione altrui. Quando la discussione pubblica si riduce a slogan e accuse, perde la possibilità di considerare la migrazione, e le sue tragedie, non come un problema distante, ma come un fenomeno umano che tocca questioni universali di libertà, vulnerabilità e responsabilità collettiva.

La morte di Geraldo Lunas Campos solleva dunque domande urgenti non solo sulle politiche migratorie e sulla responsabilità istituzionale, ma anche sulla qualità del discorso pubblico e sulla capacità di una società di mantenere saldo il valore della dignità umana anche di fronte alla paura e all’incertezza. Che cosa significa rispettare la libertà di movimento? Quanto la sicurezza può giustificare la sospensione di tutele fondamentali? In che modo una collettività costruisce empatia e giustizia quando è spinta a guardare prima ai confini che alle persone? Queste domande restano aperte, e la risposta non può essere trovata solo nei tribunali o nei decreti presidenziali, ma nella coscienza collettiva di una nazione.

Keyword: migrazione; ICE; diritti

Fonte: https://www.kpbs.org/news/national/2026/01/21/autopsy-finds-cuban-immigrant-in-ice-custody-died-of-homicide-due-to-asphyxia

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