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IL TEATRO LA CONTRADA PRESENTA “PIZZA BUREK” A TRIESTE E A VILLA MANIN DI PASSARIANO

DiRedazione

Mar 4, 2026

La Contrada Trieste 

nell’ambito del Centro di Residenza delle arti performative del Friuli Venezia Giulia 

porta in scenail teatro documentario di  

PIZZA BUREK tra confini, memorie e identità fluide.

Presentazione al pubblico il 7 marzo al Teatro dei Fabbri di Trieste e l’8 marzo a Villa Manin di Passariano

Trieste – Cosa significa vivere in un territorio dove i confini geografici si muovono più velocemente delle identità personali? Da questo interrogativo nasce PIZZA BUREK – Storie di buffa assimilazione, un progetto di teatro documentario firmato da Francesca Merli e Laura Serena che indaga l’identità fluida nelle terre di frontiera tra Italia e Croazia. Le due artiste sono coadiuvate dalla dramaturg croata Lucja Klaric e dalla drammaturga trentina Angela Dematté. Il lavoro, che intreccia con ironia e nostalgia le testimonianze delle comunità locali, sarà presentato al pubblico in due appuntamenti ravvicinati: il primo incontro si terrà il 7 marzo alle ore 18:00 al Teatro dei Fabbri di Trieste, per poi spostarsi il giorno successivo, l’8 marzo alle ore 17:00 a Villa Manin  di Passariano (Codroipo).

La realizzazione è resa possibile grazie alla collaborazione di una fitta rete di partner tra cui il Teatro la Contrada che ha promosso l’iniziativa all’interno del nuovo Centro di residenza delle arti performative del Friuli Venezia Giulia, un polo d’eccellenza dedicato alla ricerca contemporanea nato in sinergia con Artisti Associati di Gorizia e CSS di Udine con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, del Ministero della Cultura e la collaborazione dell’ERPAC. Questa residenza nasce dalla sinergia di più soggetti: il Dramma Italiano di Fiume, la Comunità degli Italiani di Fiume, COMITES Fiume, L’ Unione Italiana, la Comunità Croata di Trieste e la Comunità Slovena di Trieste, confermando il valore del progetto come ponte interculturale capace di valorizzare le identità plurali come una risorsa creativa universale.

La presentazione al pubblico di questo lavoro è l’esito di un’inchiesta reale condotta tra la comunità italiana di Fiume e quelle croata e slovena di Trieste. Attraverso interviste e incontri, le registe e autrici ne hanno esplorato i luoghi simbolo. Un lavoro che è proseguito negli spazi della Contrada di Trieste realizzando 41 interviste curate dal videomaker Mario Bobbio sotto la supervisione delle quattro artiste.

 «Siamo partite – spiegano – da una piccola comunità italiana in Croazia, a Fiume, dove si parla un misto di italiano, fiumano e croato. Una comunità che si ritrova al Circolo degli italiani per guardare Sanremo e per commemorare persone amate. Un luogo dove si tramandano ricordi che non si sono vissuti ma che si sentono fondamentali per la propria vita. Dove si sente che essere “fiumani” è qualcosa di speciale e non si vuole perdere questa particolarità. L’indagine è proseguita poi al Teatro La Contrada di Trieste, dove la giornalista Cristina Bonadei, nell’ambito delle azioni sul territorio, ci ha aiutato a intercettare rappresentanti della comunità slovena e croata della città. Abbiamo conosciuto intellettuali che hanno contribuito al dialogo tra culture, persone che tengono cara la loro appartenenza, giovani che non si riconoscono in certe chiusure della loro comunità, ma che desiderano trovare un modo per sentirsi a casa.»

Tutto questo materiale umano è stato poi rielaborato sulla scena in un dialogo continuo tra la finzione teatrale e le testimonianze reali del documentario realizzato grazie alle riprese video e al montaggio di Mario Bobbio e alla consulenza storica e giornalistica di Cristina Bonadei.

Al centro della narrazione troviamo Katarina, interpretata da Laura Serena, una giovane donna immersa in un contesto internazionale ma abitata da stratificazioni linguistiche e conflitti ereditati dai genitori e dai nonni. La drammaturgia coadiuvata dalle drammaturghe, l’italiana Angela Dematté e Lucija Klarić, croata, mette a nudo il ritratto di una generazione “di mezzo” che si sente tutto e niente: croata, italiana, europea, o semplicemente sospesa. È un racconto che attraversa le epoche, dalla nostalgia idealizzata dei nonni al pragmatismo dei padri, fino ad arrivare a una lingua nuova, fatta di accenti misti e frasi reinventate, che aiuta i più anziani a non temere l’estinzione culturale ma a vederla come una necessaria trasformazione.

Il progetto non è solo un atto poetico, ma si propone come un format replicabile in altri contesti europei caratterizzati da minoranze in mutamento, da Cluj-Napoca a Bolzano, dove il titolo potrebbe cambiare sapore pur mantenendo intatta la sua natura di indagine sociale. 

Di Redazione

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