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La strategia di Trump in Venezuela e Groenlandia riposiziona la strategia energetica dell’Italia

DiRedazione

Gen 16, 2026

Le recenti decisioni degli Stati Uniti in politica estera hanno riaperto un dibattito scomodo in Europa. Prima il Venezuela, ora la Groenlandia. In entrambi i casi, la giustificazione ufficiale cambia, ma il filo conduttore resta lo stesso: il controllo delle risorse energetiche e delle materie prime critiche. Per l’Italia, un Paese fortemente dipendente dalle importazioni, questa riconfigurazione non è teorica. Ha conseguenze dirette su prezzi, stabilità economica e costo dell’energia per famiglie e imprese.

Il Venezuela come precedente energetico e geopolitico

La pressione di Washington sul Venezuela è stata giustificata pubblicamente dalla deriva autoritaria del regime, ma l’impatto reale si misura in barili e mercati. Il Paese detiene le maggiori riserve petrolifere provate al mondo, e qualsiasi alterazione del suo controllo influisce sull’equilibrio globale dell’offerta. Diverse analisi indicano che una riduzione sostenuta del greggio venezuelano può spingere al rialzo i prezzi internazionali, con effetti immediati sull’Europa.

Per l’Italia, questo si traduce in una maggiore esposizione nel mercato energetico. Il costo dell’energia importata incide direttamente sull’inflazione, sulla competitività industriale e sulla bilancia commerciale. Non è una questione ideologica, ma una relazione diretta tra geopolitica e prezzi: quando il petrolio aumenta, l’impatto si trasferisce lungo tutta la catena economica fino al consumatore finale. In questo scenario, famiglie e imprese finiscono per dipendere sempre più dalle offerte luce e gas per contenere l’impatto di tensioni geopolitiche che si riflettono direttamente sul costo della vita.

La Groenlandia e il futuro del controllo delle risorse

Dopo il Venezuela, la Groenlandia emerge come il nuovo scacchiere strategico. Il discorso statunitense non ruota più attorno ai diritti umani, ma alla sicurezza nazionale. L’isola concentra minerali critici, potenziali risorse energetiche e una posizione chiave nell’Artico, una regione in cui Russia e Cina hanno rafforzato la loro presenza. Il messaggio è esplicito: assicurarsi oggi le risorse per non dipendere domani.

Questo spostamento ha implicazioni dirette per l’Europa e per l’Italia, in particolare nella gestione del mercato tutelato e nei meccanismi di protezione contro le crisi esterne. La tensione geopolitica si traduce in effetti concreti per cittadini e imprese:

  • La pressione sui mercati internazionali rende più cara l’energia importata, colpendo economie dipendenti come quella italiana.
  • Le crisi esterne riducono la capacità degli Stati di stabilizzare i prezzi, anche in presenza di regimi regolati.
  • L’aumento dei costi energetici si riflette direttamente sulla bolletta, diventando un problema sociale e politico.
  • L’incertezza frena gli investimenti industriali, soprattutto nei settori ad alta intensità energetica.

L’Italia tra costo dell’energia e scelte strategiche

In questo contesto, l’Italia è spinta ad accelerare decisioni che fino a poco tempo fa sembravano rinviabili. La diversificazione delle fonti, lo sviluppo delle energie rinnovabili e la riapertura del dibattito sull’energia nucleare non rispondono più solo a obiettivi ambientali, ma a una logica di sicurezza economica. Ridurre la vulnerabilità alle decisioni esterne è diventata una priorità concreta.

La riconfigurazione geopolitica guidata dagli Stati Uniti lascia una lezione chiara: l’energia è tornata a essere potere. Per l’Italia, la sfida non è scegliere uno schieramento, ma limitare l’impatto di conflitti esterni sulla propria economia reale. In uno scenario in cui risorse ed equilibrio geopolitico avanzano insieme, la strategia energetica smette di essere tecnica e diventa una questione di stabilità nazionale.

Fonte: papernest.it

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