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Voce del NordEst

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L’armatura della Baba Jaga

DiSimone Piaquadio

Mar 2, 2026

C’era una volta una giovane principessa di nome Anul. Fin da piccola non era stata una bambina come le altre. Lei non amava giocare con le bambole o fare la smorfiosa con le bambine di corte. Con un mantello nero sulle spalle ed una spada di legno in mano, giocava invece con Semino, il figlio dell’armoraro, che costruiva armature per i cavalieri del Re. Semino era il suo migliore amico ed ogni giorno passavano lunghe e divertenti ore ad inventarsi ogni sorta di avventura: un giorno sconfiggevano draghi, l’altro salvavano damigelle indifese, un altro ancora duellavano per il trofeo del torneo.

Il tempo passò, i bambini divennero ragazzi, le spade di legno divennero d’acciaio e le loro avventure si spostarono fuori dalle mura della città. Di anno in anno, si notava sempre piú chiaramente, l’intesa che andava a formarsi tra i due. Sfuggvoli sguardi complici, piccoli contatti fugaci… I genitori dei ragazzi non erano contenti di questa amicizia. Venivano da mondi troppo diversi. Il Re, badava a dare la figlia in sposa ad un uomo nobile e ricco. L’armoraro invece, temeva che il figlio potesse soffrire pene d’amore e cacciarsi in qualche guaio.

Si miei piccoli lettori, avete immaginato bene. Anche in questa, come in tutte le storie che si rispettino, i due giovani si innamoreranno di un amore proibito e pericoloso. Un attimo di pazienza ed adesso, andrò a raccontarvi cosa avvenne.

Un giorno Anul e Semino, uscirono a cavallo, per una delle loro “missioni segrete”. Vollero andare nel bosco delle “Querce Russe“ per trovare ed uccidere Baba Jaga: la strega incantatrice che, secondo le leggende, dimorava da secoli in quel luogo. Si raccontava, che la strega attirasse con l’inganno della magia nera, i valorosi cavalieri che attraversavano il bosco, corrompendoli e portandoli a diventare suoi oscuri servitori. In realtà, questa Baba Jaga nessuno l’aveva mai vista e per i due ragazzi quella “missione segreta” non era nient’altro che l’ennesima scusa per stare insieme e vivere un nuovo gioco avventuroso. Seguirono uno dei sentieri meno battuti, fin quando il tempo volse al brutto ed un forte temporale li colse all’improvviso nel cuore del bosco. Un fulmine cadde vicinissimo a loro. I cavalli si spaventarono ed impennandosi, disarcionarono i loro cavalieri che caddero in terra rovinosamente. Nella caduta la principessa si storse una caviglia. I cavalli fuggirono e la principessa non potè camminare: erano bloccati li. Fortunatamente, in lontananza, Semino vide una formazione rocciosa. Prese allora in braccio Anul e la portò fino alle rocce, che formavano una piccola grotta naturale, asciutta e sicura. Con dei rami secchi, che trovò sotto la grotta, accese un fuoco per asciugarla. Poi si strappò due lembi di mantello. Col primo le fasciò la caviglia dolorante. Col secondo invece, cominciò a pulirle dolcemente le mani e le braccia, imbrattate dal fango dopo la caduta. Poi passò a pulirle il collo, le gote rosate, il mento affusolato le labbra rosse e turgide… Mai semino si era ritrovato così vicino alla sua amica. Quel contatto così intimo, fece divampare in lui il fuoco del sentimento che provava, facendolo arrossire e ritirare immediatamente la mano che puliva il volto ella principessa. La principessa se ne accorse e con un gesto intraprendente, prese la mano di Semino e la tirò a se, obbligandolo a continuare ad accarezzarle il viso. Lo guardò dolcemente, dritto negli occhi e senza dire una parola, lo baciò sulle labbra. Fu un bacio lunghissimo e pieno di passione. Quel giorno si amarono a lungo e dolcemente in quella grotta, con il rumore del temporale in sottofondo ed il calore del fuoco a scaldarli. Poi a sera, il temporale finí ed anche per i due innamorati venne il tempo di rientrare. Semino ritrovò i cavalli scappati e riaccompagnò la principessa al castello che ormai era notte. Il re, angustiato per la lunga assenza della figlia, accolse i ragazzi con collera, ed approfittò della scusa per liberarsi di Semino, addossandogli le colpe dell’incidente. Per ordine del Re, il ragazzo non avrebbe più potuto entrare a palazzo, ne tantomeno otrepassare le mura. In opposizione, era fatto divieto alla principessa di uscire dalle mura della città, fino al giorno che non fosse stata presa in sposa da un nobile cavaliere.

Semino venne condotto fuori delle mura forzatamente, urlando la sua rabbia verso il Re, per l’ingiustizia subita e per l’angoscia di lasciare la sua amata principessa. Anche Anul venne condotta via a forza, ma trattenne il suo dolore e pianse lacrime sommesse soltanto una volta sola nelle sue stanze.

Passarono i giorni e le settimane ed i due innamorati, provarono piú volte ad eludere l’ordine del Re, ma le porte delle mura erano ben sorvegliate da sentinelle attente e dovettero rassegnarsi e desistere dai loro intenti. La principessa Anul passò le sue lunghe giornate tristemente sola, a girare per la città. Ogni angolo le riportò alla mente, qualche dettaglio dell’infanzia passata con Semino. Ma l’unico ricordo che avrebbe voluto davvero conservare, si trovava fuori da quelle mura, in una grotta sperduta nel bosco. La stessa grotta in cui Semino decise di vivere, nel suo esilio forzato dalla città. Ogni giorno l’abbellì, con la speranza un giorno, di potervi ricondurre ed amare nuovamente la sua principessa. Depose allora, sulle pareti, fiori profumati di bosco. Raccolse aghi di pino, per creare in terra, un morbido giaciglio e con terre colorate, dipinse sulla roccia, la loro storia di amicizia e di amore. Ma il tempo scorse via come un lento fiume, portando via con se le speranze del povero ragazzo, che rimase solo e triste nella grotta dell’amore. Accadde però, che una notte, Semino venne svegliato dal forte fischiare del vento sulle pareti della grotta. Aprì gli occhi ed al chiarore della luna, un’anziana, anzi, anzianissima signora, era in piedi davanti a lui. Era così magra, rugosa, e rinsecchita, che il suo corpo sembrava formato da secchi pezzi di legno. Ammirava i dipinti di terre colorate sulla parete di fronte lui e senza voltarsi disse ad uno sconcertato Semino: “ben svegliato ragazzo! Questi disegni che hai fatto, raccontano una splendida storia. Sento che il tuo cuore in passato é stato pieno d’amore, ed ora è rimasto soltanto l’odio per chi ti ha separato dalla tua amata. Ebbene mio giovane guerriero io voglio aiutarti! Quella che vedi accanto a te, è l’armatura della Baba Jaga. Finché la indosserai, la tua vera identità sará celata agli occhi degli uomini e tu potrai varcare le mura della città indisturbato”.

Gli occhi ed il cuore di Semino si illuminarono di gioia. Nessun dubbio e nessuna domanda, sfiorarono la sua mente, in quel momento. Pensò solamente, che finalmente poteva riabbracciare la sua amata e tanto gli bastò, per indossare rapidamente l’armatura e partire in direzione del castello reale. Al portone effettivamente, le guardie lo lasciarono passare indisturbato. La strega aveva detto il vero. Era ormai sulla soglia del palazzo reale: nulla poteva piú separarlo dalla sua principessa. Invece, all’improvviso, un colpo di spada, si abbattè inaspettatamente dalla sua destra. Per istinto alzò lo scudo e senza nemmeno vederlo, parò il fendente diretto al suo collo. Sguainò allora la spada ed affrontò quel misterioso nemico. Era un cavaliere, con un armatura nera, simile alla sua, chiusa fin sugli occhi da un pesante elmo. Subito tra i due, venne ingaggiato un cruento duello, senza esclusione di colpi. Semino era un ottimo spadaccino, abilità allenata, negli anni di giochi ai duelli, con l’amica Anul. Anche il misterioso Cavaliere però era abile di spada. A tratti, sembrò che il cavaliere nero potesse avere la meglio, ma Semino resistette con tutte le sue forze. La battaglia fu lunga e cruenta ed il trambusto attirò rapidamente, una folla di curiosi. Tutto ad un tratto, forse a causa della stanchezza, il cavaliere nero abbassò per un attimo la guardia e Semino ne approfittò per infliggere un colpo al fianco dell’avversario. Lasciando cadere spada e scudo in terra, questi si accasciò in ginocchio sanguinante, lasciando un urlo di dolore. Un urlo femminile. Un urlo di una voce che Semino conosceva bene. Tolse immediatamente l’elmo al cavaliere nero e scioccato riconobbe la sua bella principessa Anul. Si strappò allora immediatamente l’elmo e con lacrime di dolore, baciò le rosse labbra che aveva tanto amato e che ora andavano perdendo rapidamente colore. Poi singhiozzando sussurrò all’orecchio dell’amata: “mia dolce principessa, il mio amore ti ha fatto questo. Volevo solo amarti ed invece ti ho mortalmente ferita”.

A quel punto la principessa, disse a Semino con un filo di voce: “ ti sbagli Semino, l’amore non può uccidere. Sono state le armature che indossavamo a portarci a non riconoscerci e scontrarci. Ma adesso ti prego, basta parole. Sento le forze che rapidamente mi stanno abbandonando. Voglio passare il tempo che mi rimane con te, nella nostra grotta dell’amore. Portami la e promettimi che non mi lascerai fino alle fine del mio tempo.”

Semino allora, la sollevò e caricata sul suo cavallo, la condusse al galoppo fino alla grotta. L’adagiò sul giaciglio di aghi di pino, accese un fuoco per scaldarla e come la prima volta, strappo lembi di stoffa dal suo mantello, per taponare la ferita e pulirle dolcemente il viso madido di sudore. Per tutta la notte, la baciò, l’accarezzò e le sussurrò l’amore che provava per lei. Poi all’alba, Anul smise di respirare e Semino lanciò al cielo un lungo e disperato urlo di rabbia e dolore. Dall’umida foschia del mattino, Semino sentì una lugubre risata; era la Baba Jaga che dal cuore del bosco, sopraggiunse alla grotta. Osservò la principessa in terra e poi disse con voce tenebrosa: “poveri ragazzi ingenui, com’é stato facile prendersi gioco di voi! Anche alla principessa ho dato un armatura magica, perché la potesse usare per scappare dal castello. Ma l’avevo messa in guardia, che un cavaliere nero l’avrebbe ostacolata nel suo intento. Pensa , voleva solo tornare dal suo grande amore , invece il grande il grande amore, l’ha portata alla morte.“

A quel punto semino, urlando dalla rabbia, sguainò la spada e si scagliò contro la strega per ucciderla. La colpi più volte, con cieca furia, ma sembrava che ad ogni colpo inferto, quella diventasse sempre più forte e potente. Anzi, ad ogni colpo Semino, si sentiva sempre più debole, fin quando, non cadde a terra stremato, privo di forze. A quel punto la strega, scoppiò in una risata e disse: “povero sciocco ragazzo! La rabbia genera una grande energia e la tua era enorme! Ad ogni colpo che m’infliggevi, io sottraevo l’energia vitale dal tuo corpo, perché la mia magia nera si nutre delle emozioni degli uomini!”

Poi estrasse una corta falce da sotto il vestito e continuò: “Ormai in te rimane solo un barlume di vita ed è venuto il momento di prendertelo, insieme a quel tuo cuore vuoto; vuoto, come quello della tua amata principessa.”

A quelle parole Semino ebbe un sussulto. La sua amata non aveva il cuore vuoto. Lei aveva un cuore puro, luminoso, colmo d’amore. Lo si vedeva nei suoi occhi. Lo si sentiva nel suo sorriso, capace di contagiare chiunque.

No. Non avrebbe permesso alla strega di portargli via quell’ultimo barlume di energia alimentato dall’amore.

Con le poche forze rimastegli raccolse la spada. La strinse. Inspirò profondamente. Poi, senza esitazione, se la conficcò nel petto.

Chiudendo gli occhi, trattenne dentro di sé il ricordo più dolce: il sorriso di Anul.

Per un istante tutto si fece immobile.

Poi accadde.

Dal petto di Semino e da quello della principessa si sprigionarono due luci bianche, immense, abbaglianti. Non erano fuoco. Non erano lampi. Erano vive. Pulsavano.

La Baba Jaga ne fu investita. Cercò di assorbirle, come aveva fatto con la rabbia del ragazzo. E la luce entrò in lei, violenta e pura. Il suo corpo cominciò a gonfiarsi, a brillare a sua volta. Sempre di più. Sempre di più.

La strega urlò.

Un attimo dopo, una potente esplosione squarciò il bosco.

Quando la luce si dissolse, di lei non rimaneva nulla.

Silenzio.

Dal cielo cominciarono a cadere fiocchi di neve. Lenti. Leggeri. Si posarono sul petto di Semino. La ferita si richiuse. Il sangue scomparve.

Il ragazzo inspirò bruscamente e riaprì gli occhi.

Si alzò, ancora tremante, e corse nella grotta. Prese Anul tra le braccia e la portò fuori, sotto la neve che continuava a scendere.

Anche la sua ferita si richiuse.

Semino, con le lacrime agli occhi, le sussurrò:

«Apri gli occhi, amore mio. Il nostro amore ha sconfitto il male… e perfino la morte. Ti prego.»

La principessa giaceva immobile tra le sue braccia.

Poi le sue ciglia tremarono.

Anul riaprì gli occhi.

Semino pianse. Ma questa volta erano lacrime di gioia. La guardò e capì che avrebbe potuto perdersi in quegli occhi per sempre.

E questa volta, senza armature, si riconobbero.

Di Simone Piaquadio

Simone è uno scrittore in viaggio tra parole e riflessioni. Ama raccontare storie di cambiamento e ricerca di sé, con uno sguardo profondo e autentico- Qui condivide pensieri, frammenti di racconti con chi, come lui, ama perdersi e ritrovarsi tra le righe.