Inizio questo articolo con quasi le lacrime agli occhi: uno perché anche io sono di origine straniera, e ho dei figli nati in Italia e ho letto tanti commenti razzisti o sul filo di un razzismo sommerso; l’altro motivo è la commozione e la gioia per questa ragazza radiosa e bellissima che dovrebbe essere un orgoglio per l’Italia, e per alcuni lo è, e che ha detto parole di una maturità disarmante: «Gli insulti razzisti sono pericolosi, io sono forte ma ci sono anche ragazzi fragili» Martine Diop Bullo ha 18 anni, è veneziana, studia Digital Management all’Università Ca’ Foscari ed è la “Maria” del Carnevale 2026. È scesa dal palco sorridendo, dopo essere stata eletta in una delle rievocazioni storiche più amate della città, e si è ritrovata nel giro di poche ore al centro di una tempesta di commenti razzisti pubblicati sotto il profilo social del Comune di Venezia. Commenti poi rimossi dall’amministrazione, ma non prima di lasciare un segno. A scoprire per prima quella violenza è stata la nonna, che cercava orgogliosa le notizie sulla nipote. Ha trovato invece frasi come «andiamo avanti con la distruzione delle tradizioni per forzare l’inclusione», «proprio veneta al 100%!», «se mi metto dell’autoabbronzante, eleggete anche me?».
Martine ha la madre veneziana e il padre senegalese. Nel 2026 questo è bastato a trasformare una festa in un caso. Eppure lei ha scelto una postura diversa. «Preferisco non rispondere alla cattiveria con cattiveria e in questo modo educare anche chi è stato cattivo con me. Nel farlo penso soprattutto a proteggere altre persone fragili, che potrebbero trovarsi nella mia situazione e che, diversamente da me, potrebbero non saper reagire alle offese. Penso che sia anche un po’ compito mio in questo momento». Parole che sembrano pronunciate da qualcuno molto più grande dei suoi anni. «Ci sono rimasta male per forza, erano commenti molto violenti. Però non ci voglio pensare. Ne ho avuti talmente tanti di belli che mi voglio focalizzare solo su quelli. So chi sono, so da dove vengo. Non ho mai subito bullismo, né a scuola né nella società e non mi importa di subirlo nei social».
La sua reazione, fatta di fermezza e responsabilità verso gli altri, apre però una questione che va oltre il singolo episodio. La sociologia della diversità ci insegna che il razzismo contemporaneo raramente si presenta con le forme esplicite del passato. Più spesso assume i tratti di quello che gli studiosi definiscono “razzismo culturale” o “neo-razzismo”: non si attacca frontalmente la persona, ma si invoca la difesa delle “tradizioni”, dell’“identità”, di un’appartenenza immaginata come omogenea. La frase «distruzione delle tradizioni per forzare l’inclusione» non parla solo di Martine: rivela la paura che la diversità scardini un’idea statica di comunità.
Il filosofo Emmanuel Levinas scriveva che il volto dell’altro ci chiama a una responsabilità etica. Eppure, nell’ecosistema digitale, il volto si trasforma in bersaglio. I cosiddetti “leoni da tastiera” agiscono dentro quella che la sociologia definisce disinibizione online: l’anonimato e la distanza riducono l’empatia e amplificano l’aggressività. L’insulto non è solo un atto individuale, ma un fenomeno collettivo che costruisce confini simbolici tra un “noi” e un “loro”. Nel caso di Martine, il confine viene tracciato attorno all’idea di italianità. Può una ragazza con la pelle nera rappresentare Venezia? La domanda, implicita nei commenti, tradisce una concezione etnica della nazione. Eppure l’Italia reale è già plurale. I figli di coppie miste, i giovani nati o cresciuti qui da genitori stranieri, abitano le scuole, le università, le piazze. Sono parte integrante del tessuto sociale. La difficoltà non è nella realtà, ma nell’immaginario collettivo, che fatica ad aggiornarsi.
Gli studi sull’intersezionalità, a partire dal lavoro della giurista Kimberlé Crenshaw, mostrano come le discriminazioni si intreccino. Martine è giovane, è donna, è nera, è visibile nello spazio pubblico. Ogni dimensione amplifica l’altra. Il corpo femminile è storicamente più esposto al giudizio, e quando si aggiunge la dimensione razziale l’attacco diventa doppio: estetico e identitario. Non si mette in discussione solo la sua bellezza o la sua elezione, ma il suo diritto a incarnare un simbolo cittadino. Eppure la storia della “Festa delle Marie” dimostra che la tradizione non è immobile. È una rievocazione storica che nel tempo ha saputo rinnovarsi. Non è nemmeno la prima volta che una ragazza di colore viene eletta Maria: era già accaduto nel 2006. Questo dettaglio smentisce la narrazione dell’“eccezione forzata” e mostra come la città sia da anni più avanti delle polemiche.
La presidente dell’associazione e le istituzioni cittadine hanno espresso solidarietà, definendo “indegno” quanto accaduto. Ma la questione non si esaurisce con la cancellazione dei commenti. La filosofia della diversità, da John Rawls a Martha Nussbaum, ci ricorda che una società giusta non si limita a tollerare le differenze: le riconosce come parte costitutiva del bene comune. La diversità non è una concessione, è un dato strutturale delle democrazie contemporanee.
Martine, nel suo rifiuto di rispondere con odio, compie un gesto educativo. Ma non dovrebbe essere compito di una diciottenne proteggere la fragilità degli altri dall’aggressività di adulti nascosti dietro uno schermo. Quando dice «non tutti sanno reagire come me», lancia un allarme sociale. Perché gli insulti online non restano online: incidono sull’autostima, sul senso di appartenenza, sulla percezione di sé. Le ricerche psicologiche mostrano che l’esposizione ripetuta a discriminazioni verbali può generare ansia, isolamento, interiorizzazione dello stigma.
C’è un’immagine che resta: quella di una nonna che cerca notizie sulla nipote e si imbatte nella cattiveria. È lo scarto tra l’orgoglio familiare e l’odio pubblico. È lì che si misura la distanza tra l’Italia che vive nelle case e quella che si agita nei commenti.
