Quando una donna viene uccisa dal partner o dall’ex partner, la cronaca si concentra giustamente sulla vittima, sull’autore del delitto, sulle responsabilità penali. Ma c’è una figura che resta ai margini del racconto pubblico, pur essendo tra le più colpite: il figlio o la figlia che sopravvive. È ciò che la letteratura scientifica e giuridica definisce orfano speciale: un minore che ha perso la madre per mano del padre e che, nello stesso istante, perde anche il padre, incarcerato o suicida. Una doppia perdita, che apre un vuoto affettivo, identitario e simbolico difficilissimo da colmare.
Il caso dell’omicidio di Federica Torzullo, ritrovata senza vita il 18 gennaio 2026 ad Anguillara Sabazia, secondo quanto ricostruito dalla Procura della Repubblica di Civitavecchia, si inserisce in questo quadro drammatico. Le indagini indicano che la donna sarebbe stata uccisa in ambito domestico dal marito Claudio Agostino Carlomagno, poi avrebbe occultato il corpo in un terreno adiacente all’azienda di famiglia. Al centro di questa vicenda resta anche un bambino di dieci anni, che oggi si trova a dover affrontare una realtà che nessun minore dovrebbe conoscere: la distruzione violenta del proprio sistema familiare.
Il comune denominatore di tutte le definizioni internazionali di maltrattamento, violenza e abuso è il danno. Un danno che non è solo fisico, ma profondamente psicologico, relazionale ed evolutivo. La ricerca scientifica è chiara: quanto più la violenza resta sommersa, non riconosciuta o minimizzata, tanto più il danno si amplifica. E quando il maltrattamento, o la violenza estrema come il femminicidio, avviene all’interno della famiglia, il luogo che dovrebbe garantire protezione, il trauma assume una forma complessa e stratificata.
Gli orfani speciali spesso non devono elaborare un solo evento traumatico, ma una sequenza: la violenza assistita, talvolta reiterata; la morte della madre, che può essere stata preceduta da mesi o anni di conflitto; la perdita del padre come figura di riferimento; il coinvolgimento del sistema giudiziario; il cambiamento improvviso di casa, scuola, routine; l’esposizione mediatica e sociale. A tutto questo si aggiunge un elemento cruciale: il trauma, se non viene espresso e riconosciuto, rischia di cristallizzarsi.
Gli studi sull’attaccamento mostrano che la violenza intrafamiliare produce una profonda distorsione nella costruzione di un sistema di attaccamento sicuro. Il bambino cresce in un contesto in cui la figura che dovrebbe proteggere è anche quella che ferisce o distrugge. Questo altera la funzione riflessiva, la capacità di comprendere e dare senso alle emozioni proprie e altrui, e incide sui meccanismi di interpretazione interpersonale e sul senso di sé. In altre parole, il mondo diventa imprevedibile, le relazioni pericolose, l’identità fragile. Per questo motivo, gli esperti sottolineano come la risposta istituzionale non possa limitarsi alla repressione penale. La protezione del minore deve essere immediata, integrata e continuativa. Non si può “curare” un bambino se prima non lo si protegge. E la protezione non è solo fisica, ma anche emotiva, relazionale e simbolica. Minimizzare la violenza, come spesso accade quando viene raccontata come “lite familiare”, “raptus”, “delitto passionale”, equivale a produrre una seconda ferita: una forma di rivittimizzazione che colpisce anche i figli.
Nel caso degli orfani speciali, l’ascolto della voce del bambino diventa centrale. Ogni storia è unica e non può essere incasellata in protocolli rigidi. La letteratura internazionale insiste sulla necessità di un lavoro multidisciplinare che coinvolga magistratura, servizi sociali, psicologi, scuola e rete familiare, affinché le decisioni, dall’affidamento al percorso terapeutico, siano orientate al superiore interesse del minore. L’affidamento ai parenti materni è spesso la soluzione privilegiata, ma non sempre è possibile o sufficiente. In assenza di una rete adeguata, una struttura di accoglienza può essere un passaggio necessario, purché temporaneo e accompagnato da un progetto chiaro.
Un altro nodo cruciale riguarda il tempo. Gli studi sul trauma infantile mostrano che l’immediatezza dell’intervento psicologico è determinante. Ritardi, silenzi, sospensioni, come il non spiegare cosa sta accadendo, il non nominare la morte, il non accompagnare il dolore, possono trasformare il trauma in un’esperienza cronica. Aiutare i bambini a esprimere rabbia, dolore e confusione non significa alimentare il conflitto, ma permettere l’elaborazione. Rimuovere il dolore non lo cancella: lo sposta, spesso rendendolo più pervasivo.
