Morire in nero nel pubblico: la pensione che non basta e il rischio di lavorare fino all’ultimo respiro.
A 78 anni, Giovanni Cosci è morto schiacciato da un letto antidecubito mentre cercava di ripararlo all’interno della RSA San Domenico di Pescia. Ex tecnico ospedaliero, pensionato, lavorava senza contratto, senza partita Iva, senza alcuna formalizzazione. La Procura di Pistoia ha aperto un fascicolo per omicidio colposo; l’Ispettorato del Lavoro dovrà accertare chi lo abbia chiamato per l’intervento, mentre lo Spisal indaga sul cedimento del macchinario.
Il dato che più colpisce è un altro: non si tratta di un cantiere nascosto o di un capannone abusivo. Siamo in una struttura pubblica, la RSA San Domenico, un’ASP (azienda pubblica di servizi alla persona) amministrata dall’Azienda speciale San Domenico e gestita dal Consorzio stabile KCS, gruppo con migliaia di collaboratori e centinaia di milioni di fatturato. Sul proprio sito, KCS rivendica la creazione di una struttura interna per la sicurezza sul lavoro.
Eppure, secondo le prime risultanze, un uomo di 78 anni lavorava “in nero” in una RSA pubblica. È una fotografia cruda di un fenomeno più ampio: pensionati costretti a tornare al lavoro per sopravvivere, spesso in condizioni irregolari, con tutele inesistenti e rischi enormi.
Il caso Cosci si inserisce in un contesto che la ricerca accademica e istituzionale descrive da anni. In Italia, secondo i dati di ISTAT, una quota significativa di pensionati percepisce assegni inferiori ai 1.000 euro mensili, con forti disparità territoriali e di genere.
L’inflazione registrata tra il 2022 e il 2024 ha eroso in modo sensibile il potere d’acquisto delle pensioni, soprattutto di quelle medio-basse. L’adeguamento automatico non ha compensato integralmente l’aumento dei prezzi energetici e alimentari. Studi comparativi dell’OECD mostrano che, pur avendo un sistema pensionistico formalmente generoso per le generazioni più anziane, l’Italia presenta un crescente rischio di povertà tra gli over 75, in particolare tra chi vive solo.
Il rapporto annuale dell’INPS evidenzia come molte pensioni di anzianità o di reversibilità si collochino sotto la soglia di adeguatezza individuata dagli standard europei. A ciò si aggiungono spese sanitarie, assistenziali e familiari che gravano sui nuclei multigenerazionali: nonni che sostengono figli precari e nipoti disoccupati.
In questo quadro, il lavoro dopo la pensione non è una scelta di autorealizzazione, ma una strategia di sopravvivenza per mantenere una “dignità familiare”.
La letteratura scientifica internazionale è netta: l’età avanzata aumenta significativamente il rischio di infortuni gravi e mortali sul lavoro. L’EU-OSHA sottolinea che i lavoratori anziani hanno maggiore probabilità di subire conseguenze fatali in caso di incidente, a causa di fragilità fisica, tempi di recupero più lunghi e comorbidità.
Anche l’ILO richiama l’attenzione sul lavoro informale degli anziani come area grigia ad altissimo rischio: assenza di formazione aggiornata, mancanza di dispositivi di protezione, nessuna copertura assicurativa.
Nel caso Cosci, l’assenza di un rapporto formalizzato implica l’assenza di tutela INAIL, di formazione obbligatoria, di sorveglianza sanitaria. Un pensionato che interviene su un dispositivo sanitario complesso, in una struttura che ospita persone fragili, senza contratto e senza copertura: è la sintesi di più falle sistemiche.
Il lavoro irregolare in Italia, secondo le stime di ISTAT, vale ancora una quota rilevante del PIL. Una parte meno visibile riguarda proprio gli anziani: piccoli lavori di manutenzione, assistenza tecnica, supporto domestico, spesso pagati in contanti per “arrotondare” pensioni insufficienti.
La ricerca economica evidenzia come il lavoro informale tra gli over 65 sia spesso sottostimato. L’OECD ha rilevato che nei Paesi con pensioni basse e alto costo della vita aumenta la probabilità di partecipazione informale degli anziani al mercato del lavoro.Ma qui non siamo di fronte a un lavoretto domestico. Siamo in una struttura pubblica. Se le risultanze saranno confermate, il lavoro nero si anniderebbe dentro un sistema formalmente regolato, accreditato e finanziato con fondi pubblici.
La morte di Giovanni Cosci interroga tre livelli di responsabilità: economica e sociale: perché un uomo di 78 anni deve lavorare per integrare la pensione? Istituzionale: come può una RSA pubblica utilizzare manodopera irregolare? Culturale: perché il lavoro nero degli anziani viene tollerato come “normale”?
Morire di lavoro è già una tragedia. Morire di lavoro a 78 anni è una sconfitta collettiva. Morire in nero, in una struttura pubblica che dovrebbe garantire sicurezza e legalità, è qualcosa di più: è il segno di una frattura profonda tra norme e realtà.
Le indagini della Procura di Pistoia accerteranno le responsabilità penali. Ma la questione politica e sociale resta: finché le pensioni saranno insufficienti a garantire una vita dignitosa, finché il lavoro irregolare sarà una scorciatoia accettata, altri anziani continueranno a salire su scale, a riparare macchinari, a svolgere mansioni rischiose senza tutele.
