Ultimo tetto
Sul telaio del mattino sospeso
un uomo reggeva lastre di luce,
polvere e vento gli avvolgevano il corpo,
mani tese su nervi e ferro intrecciati.
Scomode forbici l’hanno squarciato,
gesto e accidente si sono fusi
nelle lame invisibili
fessurando l’aria.
Un taglio netto
ed ecco il rovescio
di frammenti di respiro,
sangue e silenzio disperso.
Un uomo sta cadendo,
le grosse scarpe cercano appiglio
e le sue ali ferite smarrite
attraversano perimetri
di polsi e nervi tesi
in un ultimo tremito.
Il vuoto lo sta afferrando ed è esca,
lo spinge verso il sole morente,
oltre l’asse verticale spezzato,
dove il corpo sospeso, verticalizzato,
è accompagnato da spruzzi di luce,
finché tocca il fondo
sublimato in sangue.
Un uomo è caduto a terra
giace mescolato in geometrie oscure
che tappezzano le palpebre impigliate
in confini troppo corti
per orbite spalancate sui vuoti.
Un uomo giace immobile
sul cantiere respirante
il suo ultimo rantolo.
Questa poesia nasce dal dolore per una vita spezzata sul lavoro, per una tragedia quotidiana che spesso resta invisibile finché non la leggiamo nei giornali. Attraverso immagini forti, il testo vuole accompagnare i familiari di Stefano Contiero nel lutto e restituisce dignità al suo ultimo istante.
Stefano, 50 anni, era un uomo radicato nel territorio: nato a Piove di Sacco e residente a Brugine, socio-dipendente di un’azienda locale specializzata in impianti elettrici e fotovoltaici. Non era solo un operaio: era uno di quelli che costruiscono la vita giorno dopo giorno, con le proprie mani, montando pannelli, tirando cavi, salendo sui tetti per far funzionare il mondo intorno a noi, ma, purtroppo, un passo sbagliato hanno trasformato un intervento ordinario in tragedia. La caduta di sei metri gli ha tolto la vita, lasciando dolore, sgomento e domande che non trovano risposta.
Yuleisy Cruz Lezcano
