Eco di un rantolo
Dall’uscio di un incubo
chiamarono l’uomo,
era la morte e disse: “Dimmi, verrai
a vedere la tua anima con me?”
Giunse nel suo respiro una stretta,
e avanzò nell’incubo per lunga
e nuda galleria, sentendo il tocco
della fredda veste e la mano ghiacciata.
Il chiaro mattino svelò il suo pianto,
tra muri chiusi e ferri senza respiro,
mentre aprile fioriva ignaro e lento,
e la tela del giorno sprizzava sangue.
Dentro il ventre cieco del serbatoio
l’eco di un rantolo si fece onda,
un filo spezzato tremando cadeva,
tra mani di vento il buio si fece denso.
Colpe invisibili pesavano sul ferro,
su promesse vuote e parole mai dette,
ogni ombra gridava un’assenza
del nome dell’uomo
scivolato nel vuoto.
Questa poesia nasce per ricordare Italo Carpi, operaio vittima di una tragedia sul lavoro. Non è solo memoria: è un invito a riflettere, a sentirsi responsabili, a comprendere che ogni morte evitabile è un fallimento collettivo. Le parole cercano di dare voce al silenzio, di rendere visibile l’invisibile, e di scuotere le coscienze per promuovere prevenzione, attenzione e giustizia nei luoghi di lavoro.
Yuleisy Cruz Lezcano
