La violenza sui minori oggi non si consuma più soltanto nei luoghi chiusi e nascosti della famiglia, ma può attraversare uno schermo e diffondersi in rete in pochi secondi. Dalla cantina di casa ai social network, il passaggio è stato tragicamente dimostrato dal caso del padre che, dopo aver abusato del figlio neonato, ha filmato la violenza e l’ha pubblicata su TikTok. Il filmato poi è stato intercettato dalle autorità statunitensi che hanno inviato una segnalazione alla polizia postale italiana. Un gesto che non solo prolunga l’abuso nel tempo, ma lo moltiplica, trasformando il corpo del bambino in oggetto di esposizione e consumo digitale. È l’emblema di una nuova frontiera della violenza: intima, domestica, ma al tempo stesso globale e permanente.
Questo caso inizialmente giudicato nel tribunale di Bolzano, a seguito del ricorso in Cassazione, dato la tenera età del bambino e del fatto che si tratta di violenza sessuale aggravata, è finito in un secondo momento davanti alla Corte d’assise e quindi si aprirà un nuovo processo a Bolzano il 30 di gennaio.
Pensate al decadimento valoriale ed etico di questo comportamento, a questo criminale depravato, senza scrupoli, di trentacinque anni residente in Alto Adige. Un uomo che sfrutta chi dovrebbe proteggere; pensate alla crudele perversione e al gesto deliberato di infliggere dolore alla giovane vita. Questo uomo che ha abusato di suo figlio e l’ha esposto pubblicamente incorrendo al gravissimo reato di pedopornografia, è un genitore criminale, capace del peggior tipo di tradimento del ruolo genitoriale possibile. È un uomo che ha commesso non solo un crimine grave, ma è stato incapace di pensare ai danni provocati.
La ricerca scientifica ha chiarito che lo stress traumatico precoce non è solo una ferita psicologica, ma un evento biologico che modifica profondamente il funzionamento del cervello e dell’organismo. Nei bambini esposti a violenze gravi e ripetute si osservano effetti neurobiologici misurabili. A livello neurologico e cognitivo, l’esposizione cronica allo stress può determinare una riduzione del volume dell’ippocampo, struttura fondamentale per la memoria dichiarativa e per l’organizzazione temporale delle esperienze. Questo spiega perché molti bambini abusati presentino difficoltà di apprendimento, deficit di memoria e un rapporto frammentato con il proprio passato.
Sul piano endocrinologico, il trauma altera in modo significativo l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il sistema che regola la risposta allo stress. L’organismo del bambino resta intrappolato in uno stato di allerta permanente, con un aumento persistente del cortisolo e delle catecolamine come adrenalina e noradrenalina. Questo assetto, utile solo in situazioni di pericolo acuto, diventa tossico quando si prolunga nel tempo. In età evolutiva, livelli elevati e cronici di questi ormoni sono associati alla perdita di neuroni, al ritardo nella mielinizzazione delle fibre nervose e all’inibizione della neurogenesi, compromettendo lo sviluppo cerebrale proprio nelle fasi più delicate della crescita.
Le conseguenze non si fermano al cervello. Studi longitudinali mostrano che i bambini vittime di traumi gravi presentano più frequentemente alterazioni metaboliche, come l’insulino-resistenza, e un rischio aumentato di patologie cardiovascolari in età adulta, con livelli più elevati di lipidi nel sangue e una maggiore incidenza di aterosclerosi. Anche il sistema immunitario risulta compromesso: lo stress cronico ne altera il funzionamento, rendendo l’organismo più vulnerabile alle infezioni e alle malattie infiammatorie. Il trauma, dunque, si inscrive nel corpo, lasciando tracce che possono emergere molti anni dopo.
Dal punto di vista della memoria, il trauma infantile pone una questione cruciale. I nostri ricordi non sono archivi statici: ogni volta che ricordiamo, rielaboriamo. Le esperienze passate vengono continuamente destrutturate e ristrutturate alla luce di quelle presenti, influenzate dal contesto e dallo stato emotivo in cui ci troviamo nel momento del racconto. Ma cosa accade quando l’esperienza è talmente dura e intollerabile da non poter essere nemmeno verbalizzata? Quando il ricordo non trova un posto nel fluire del tempo e resta sospeso, senza un prima e un dopo?
In questi casi, il trauma non diventa “qualcosa che è stato”, ma rimane un eterno presente che irrompe sotto forma di immagini, sensazioni corporee, reazioni emotive improvvise. Il bambino non riesce a raccontare ciò che ha vissuto perché non dispone degli strumenti psichici per dargli un senso. La memoria resta implicita, inscritta nel corpo e nei comportamenti, più che nelle parole. È qui che la violenza domestica e la sua diffusione digitale diventano ancora più devastanti: il video, l’immagine, la ripetizione online fissano il trauma, lo rendono intrusivo, impedendo quella distanza temporale necessaria alla rielaborazione.
