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Sabrina González Pasterski, la fisica che interroga l’Universo come un ologramma (Di Yuleisy Cruz Lezcano)

DiRedazione

Feb 14, 2026

Sabrina González Pasterski (1993), la fisica teorica statunitense di origine cubana che ha contribuito a ridefinire il dibattito contemporaneo sulla natura dell’Universo, che ha incarnato una forma di genialità che non è stata soltanto tecnica. La sua traiettoria scientifica, dagli esperimenti adolescenziali di ingegneria aeronautica fino ai lavori sulla holografia celeste citati da Stephen Hawking (Oxford, 8 gennaio 1942 – Cambridge, 14 marzo 2018), si colloca al crocevia tra scienza fondamentale e interrogativi ontologici sulla struttura della realtà.

Figlia di María González, nata a Cuba ed emigrata negli Stati Uniti da bambina, Pasterski ha sempre rivendicato la propria appartenenza alla comunità latina. In una comunicazione del 2020 alla redazione di BBC Mundo scriveva: «Che cosa sarei io senza mia madre e cosa sarebbe lei senza la sua storia familiare? L’identità di una persona è difficile da disaccoppiare dalla propria realtà». Non si tratta di una semplice dichiarazione biografica: è una riflessione che richiama un tema classico della filosofia contemporanea, quello dell’identità come relazione, come intreccio tra storia personale e mondo.

A soli 14 anni costruì nel garage di casa sua un aereo monomotore, documentando meticolosamente ogni fase del progetto. A 16 anni lo pilotò in solitaria. L’episodio, riportato dalla stampa statunitense e documentato nei registri aeronautici federali, attirò l’attenzione delle università più prestigiose. Il Massachusetts Institute of Technology la accolse, e in seguito Pasterski proseguì il dottorato a Harvard, entrando in contatto con alcuni dei maggiori fisici teorici del nostro tempo. Nel 2016 fu premiata ai Marie Claire Young Women’s Honors per il suo contributo all’educazione e alla scienza.

Al di là della narrazione mediatica che la definì impropriamente “la nuova Einstein”,  accostamento che lei stessa ha respinto, la sua ricerca si è concentrata su uno dei nodi più profondi della fisica teorica: la riconciliazione tra relatività generale e meccanica quantistica, le due teorie che, pur essendo entrambe straordinariamente efficaci, risultano formalmente incompatibili. È in questo scenario che si inserisce il suo lavoro sulla holografia celeste, sviluppato anche in collaborazione con Andrew Strominger a Harvard e oggi proseguito presso il Perimeter Institute for Theoretical Physics in Canada, uno dei centri più autorevoli al mondo nel campo della fisica fondamentale.

Per comprendere la portata filosofica di questo campo occorre risalire agli anni Settanta, quando Stephen Hawking e Jacob Bekenstein (Città del Messico, 1 maggio 1947 – Helsinki, 16 agosto 2015) dimostrarono che l’entropia di un buco nero è proporzionale alla sua superficie e non al suo volume. Questa scoperta, pubblicata su riviste scientifiche di primo piano e riconosciuta come uno dei risultati fondamentali della fisica moderna, suggeriva che l’informazione fisica di un sistema tridimensionale potesse essere codificata su una superficie bidimensionale. Da qui nacque il cosiddetto principio olografico, successivamente formalizzato e sviluppato da Leonard Susskind (New York, 20 maggio 1940).

I lavori ai quali Pasterski ha contribuito – citati dallo stesso Hawking in pubblicazioni accademiche negli ultimi anni della sua vita – si inseriscono in questa linea di ricerca. La holografia celeste tenta di descrivere le interazioni gravitazionali e quantistiche osservabili nel nostro spazio-tempo come fenomeni codificati ai “confini” dell’Universo, su una sorta di sfera celeste infinita. In termini divulgativi, significa interrogarsi sulla possibilità che la realtà tridimensionale sia la proiezione di informazioni inscritte su una superficie cosmica, un’ipotesi che tocca questioni tradizionalmente filosofiche: che cos’è il reale? Che rapporto c’è tra apparenza e struttura profonda? L’Universo è sostanza o informazione?

Dal punto di vista filosofico, la genialità di Pasterski non risiede soltanto nella precocità o nella produttività accademica, ma nella sua partecipazione a un tentativo collettivo di ridefinire l’ontologia scientifica. La fisica teorica contemporanea, infatti, non si limita più a descrivere fenomeni: mette in discussione la nozione stessa di spazio, tempo e materia. Se, come suggerisce l’olografia, il mondo è una codifica informazionale, allora la distinzione tra interno ed esterno, tra contenuto e superficie, perde il suo carattere intuitivo. Si apre così un dialogo con la tradizione filosofica che va da Platone – con il suo problema delle ombre e delle forme – fino a Kant e alla distinzione tra fenomeno e noumeno.

Nel 2019, intervenendo al Perspektywy Women in Tech Summit, Pasterski espresse tre desideri per le donne nella tecnologia: non cedere a chi insinua dubbi, resistere a chi vuole pianificare il nostro futuro, non temere di prendersi tempo per capire cosa ci muove davvero. Anche questa posizione ha un valore filosofico: richiama l’idea aristotelica di telos, di fine intrinseco, e l’esigenza esistenziale di autenticità cara a pensatori come Kierkegaard.

Oggi, nel contesto delle celebrazioni per la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, il percorso di Sabrina González Pasterski appare come una testimonianza di come la scienza possa essere insieme rigore matematico e interrogazione metafisica. Se Hawking ha contribuito a mostrare che i buchi neri possiedono temperatura ed entropia, e se Bekenstein e Susskind hanno aperto la via al principio olografico, Pasterski rappresenta una nuova generazione che esplora le conseguenze ultime di quella rivoluzione concettuale.

In un’epoca in cui la fisica sembra avvicinarsi sempre più ai limiti del dicibile, la sua ricerca suggerisce che comprendere l’Universo significa anche ripensare ciò che intendiamo per realtà. Ed è forse qui che risiede la forma più alta della genialità: non solo risolvere equazioni, ma cambiare il modo in cui l’umanità concepisce se stessa nel cosmo.

Di Redazione

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