La rivoluzione delle energie rinnovabili, in particolare del fotovoltaico, rappresenta oggi uno dei pilastri della transizione energetica globale. Ma mentre l’Europa promuove con vigore politiche di riduzione delle emissioni e di decarbonizzazione, la realtà economica sottostante mostra un quadro meno luminoso: la tecnologia che dovrebbe garantire autonomia energetica è invece un elemento di dipendenza strutturale da un singolo grande attore globale: la Cina.
La crescita delle energie pulite in Cina è stata vertiginosa: nel 2025 la capacità fotovoltaica installata nel Paese ha superato 1.100 gigawatt (GW), rendendo la Cina il primo mercato e produttore mondiale di energia solare, con una quota enorme della capacità globale. Nel 2024 la sola Cina ha aggiunto 277 GW di nuova capacità solare, pari a circa il 15% del totale mondiale. Questa espansione è stata accompagnata da una leadership nella catena industriale del solare che margina di fatto qualsiasi competizione esterna: oltre l’80 % della produzione mondiale di moduli fotovoltaici e componenti chiave come wafer e polisilicio è concentrata in impianti cinesi, con costi di produzione fino al 30-65 % inferiori a quelli di Europa e Stati Uniti. Il risultato è che l’Unione Europea importa circa il 98 % dei suoi pannelli solari dalla Cina, in gran parte a basso costo, perché gli impianti europei non riescono a competere industrialmente con i produttori cinesi.
Per l’Italia, e in generale per l’Europa, questa situazione genera una dipendenza tecnologica ed economica significativa in un settore considerato “strategico”. Secondo dati del Politecnico di Torino e Intesa Sanpaolo, l’UE importa circa il 58 % dell’energia e dei materiali necessari alla sua transizione, percentuale che sale al 78 % per l’Italia. Perché è un problema economico?
Il vantaggio competitivo cinese non deriva solo dai costi più bassi: è frutto di politiche industriali mirate, economie di scala e integrazione verticale, che comprendono la produzione di materie prime, celle fotovoltaiche e moduli completi, il tutto sostenuto da forti investimenti pubblici e da un mercato interno enorme e in crescita. In pratica, l’Europa e l’Italia stanno fabbricando la propria transizione energetica su tecnologie prodotte all’estero, con la conseguenza di: perdita di capacità industriale locale. Infatti, molte industrie europee non riescono a competere con i prezzi cinesi e vengono progressivamente estromesse. Tale situazione comporta, anche, una debolezza nelle catene di valore strategiche, perché senza una produzione autonoma di pannelli e componenti, l’UE resta vulnerabile alle decisioni politiche e commerciali di Pechino. A tutto questo si aggiunge l’impatto sull’occupazione e sulla manifattura. Come si può ben dedurre, la mancanza di investimenti industriali interni riduce opportunità di lavoro qualificato nel settore high tech. Questa dinamica ha effetti sociali concreti. In Paesi come l’Italia, nonostante la crescita del fotovoltaico domestico, con un aumento della produzione del 36 % nel 2024 rispetto al 2023, la dipendenza da componenti importati limita i benefici economici diretti e la creazione di filiere nazionali competitive.
È importante notare che l’Italia ha ampi margini di crescita nella generazione solare: potendo sviluppare impianti con capacità molto superiori a quelle attuali, potrebbe aumentare l’indipendenza energetica e ridurre costi. Ma senza una catena produttiva nazionale o europea di moduli fotovoltaici, gran parte dei benefici economici resta nei profitti dei produttori esteri.
Sul piano geopolitico, questa dipendenza si intreccia con la crescita della Cina come hub globale della tecnologia verde. L’Europa, pur volendo promuovere il Green Deal e la neutralità climatica, si trova oggi a dover scegliere tra idealismo ambientale e realismo economico e strategico. Ripetere schemi di dipendenza simili a quelli del passato per materie prime o energia fossile significa esporsi nuovamente a ricatti e vulnerabilità internazionali. La situazione evidenzia un paradosso: mentre l’Europa giustamente incentiva la produzione di energie pulite, la trasformazione industriale globale la vede sempre più relegata a mercato di assorbimento piuttosto che produttore tecnologico. Senza un’azione coordinata per rafforzare la capacità manifatturiera europea, investimenti in ricerca e politiche di sostegno alle imprese locali, la transizione verde rischia di restare un magnifico obiettivo morale, utile in un’aula di conferenza, ma incapace di garantire “sovranità tecnologica, resilienza economica e occupazione qualificata”. E questa non è soltanto una questione di pannelli solari: per materie prime critiche come terre rare o silicio ad alta purezza, la concentrazione produttiva cinese è altrettanto elevata, rafforzando il nodo della dipendenza. La Cina, infatti, controlla quote rilevanti nella produzione mondiale di componenti chiave per le tecnologie pulite, inclusi i materiali di base per batterie e sistemi energetici avanzati.
