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DENTRO LE STIVE DELLA MORTE: TRE LAVORATORI UCCISI NEI CANTIERI FINCANTIERI

DiYuleisy Cruz Lezcano

Nov 7, 2026

Tre uomini, tre lavoratori, tre vite spezzate mentre costruivano le grandi navi da crociera. Sofiane Boutraa, Kabir Mohidul e Marius Hurba sono le vittime di una sequenza di tragedie che, tra il 29 settembre e il 4 novembre 2026, ha colpito gli stabilimenti Fincantieri di Ancona e Marghera. Tre morti in poco più di un mese, tutti impegnati in lavorazioni affidate a imprese esterne, in ambienti dove il rischio avrebbe dovuto essere conosciuto, valutato e soprattutto prevenuto.

Non sono soltanto tre incidenti da registrare nelle statistiche delle morti sul lavoro. Le loro storie pongono interrogativi pesanti sull’organizzazione della sicurezza nei cantieri navali, sulla gestione degli appalti e sulla tutela di chi svolge le mansioni più pericolose nella complessa filiera della costruzione navale.

La prima tragedia risale al 29 settembre, nello stabilimento Fincantieri di Ancona. Durante una lavorazione di carpenteria in uno spazio ristretto, due operai sono stati investiti da un’esplosione e dalle successive fiamme, secondo le prime ricostruzioni riconducibili ai vapori di acetilene. Si chiamavano Sofiane Boutraa e Kabir Mohidul. Il primo, tunisino di 55 anni, padre di tre figli, è morto a causa delle gravissime ustioni. Il secondo, bengalese di appena 29 anni, è stato trasferito al Centro grandi ustionati di Pisa, dove ha lottato per quasi un mese prima di morire il 28 ottobre.

Due uomini che lavoravano per un’impresa appaltatrice, accomunati da un incidente che ha trasformato il luogo di lavoro in una trappola di fuoco. Due famiglie che hanno perso i propri cari e due storie che interrogano direttamente il sistema delle lavorazioni esternalizzate all’interno dei grandi stabilimenti industriali.

Il 4 novembre la tragedia si è ripetuta a Porto Marghera. Questa volta la vittima è Marius Hurba, operaio romeno di 34 anni, dipendente delle imprese Pachira e Valven, impegnato nelle saldature all’interno della stiva della nave da crociera Seven Seas Prestige.

Erano circa le 11 quando il lavoratore si è sentito male. Tre colleghi sono intervenuti per soccorrerlo, ma anche altri operai hanno manifestato sintomi di malessere. Uno è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale di Mestre. Per Marius, invece, non c’è stato nulla da fare.

I Vigili del Fuoco sono intervenuti con il nucleo NBCR per verificare la presenza di sostanze pericolose nell’ambiente. Le prime informazioni avevano parlato di un’intossicazione provocata dai fumi delle lavorazioni. Il giorno successivo, dopo un confronto con le organizzazioni sindacali, è emersa una possibile spiegazione più precisa: la presenza di argon e la conseguente carenza di ossigeno.

L’argon è un gas inerte utilizzato nelle operazioni di saldatura. Non ha odore né colore e, quando si accumula in un ambiente chiuso o scarsamente ventilato, può sostituire l’ossigeno presente nell’aria. Il lavoratore può così trovarsi in un’atmosfera letale senza avvertire preventivamente il pericolo. La perdita di coscienza può essere rapida e anche chi interviene per prestare soccorso rischia di diventare una vittima.

È proprio questo il punto più inquietante dell’incidente di Marghera. I colleghi hanno cercato di salvare Marius e sono rimasti a loro volta esposti. Una circostanza che impone di verificare quali controlli fossero stati effettuati prima dell’ingresso nella stiva, se l’atmosfera fosse stata monitorata e se fossero state rispettate tutte le procedure previste per gli ambienti confinati.

Ma le informazioni emerse nell’incontro con i sindacati aprono ulteriori interrogativi. Le organizzazioni dei lavoratori hanno riferito di possibili irregolarità nell’autorizzazione delle lavorazioni e nella gestione del subappalto. Sarebbero state segnalate criticità relative all’avvio delle attività e al rispetto delle disposizioni impartite dai preposti. Si tratta di circostanze da accertare, sulle quali dovranno fare piena luce gli organi ispettivi e la magistratura.

La normativa sugli ambienti confinati, a partire dal DPR 177/2011, prevede precisi obblighi di qualificazione, formazione e gestione delle attività. Non basta consegnare ai lavoratori i dispositivi di protezione: occorre verificare preventivamente le condizioni atmosferiche, garantire un’adeguata ventilazione, monitorare l’ossigeno e predisporre procedure di emergenza e recupero.

L’ipotesi che merita di essere approfondita è quella di una possibile concatenazione di criticità: accumulo di argon, insufficiente ricambio d’aria, controlli inadeguati e problemi nella gestione delle autorizzazioni. Non è ancora una conclusione definitiva, ma è una pista che non può essere sottovalutata.

Ad Ancona, invece, dovranno essere chiarite le dinamiche dell’esplosione e le condizioni nelle quali venivano utilizzati i gas infiammabili. Due incidenti differenti, dunque, ma accomunati dal coinvolgimento di lavoratori esterni impegnati in attività ad alto rischio.

Il problema degli appalti torna così al centro della discussione. Quando le lavorazioni vengono affidate a più imprese, la sicurezza non può diventare una responsabilità frammentata, nella quale ogni soggetto controlla soltanto una parte del processo. Il coordinamento tra committente, appaltatori e subappaltatori deve essere effettivo, soprattutto quando si lavora in stive, spazi ristretti e ambienti potenzialmente contaminati.

I sindacati hanno proclamato otto ore di sciopero per il 6 novembre e il blocco degli straordinari per il 7 e 8 novembre, chiedendo chiarezza e interventi concreti. Una mobilitazione che nasce dalla rabbia, ma anche dalla consapevolezza che non si può continuare a intervenire soltanto dopo che qualcuno è morto.

Le tre vittime si inseriscono in un quadro nazionale altrettanto drammatico. Secondo l’Osservatorio indipendente Morti di Lavoro, curato da Piero Santonastaso, al 4 novembre 2026 il bilancio era arrivato a 1.066 morti, di cui 862 durante il lavoro e 204 in itinere. Il confronto con il 2025 segnava già 94 vittime in più.

L’elaborazione dell’Osservatorio Vega sui dati INAIL, riferita invece ai primi nove mesi dell’anno, registrava 823 decessi: 595 in occasione di lavoro e 228 nel tragitto casa-lavoro, con un aumento del 5% rispetto al 2025. I due conteggi utilizzano periodi e criteri di rilevazione differenti e non sono direttamente sovrapponibili, ma restituiscono entrambi la dimensione di un’emergenza che non accenna a diminuire.

Sofiane aveva 55 anni, Kabir 29, Marius 34. Tre lavoratori stranieri, tre persone che erano entrate in cantiere per costruire navi e assicurare un futuro alle proprie famiglie. La loro provenienza non deve diventare un’etichetta, ma un motivo in più per interrogarsi sulle condizioni contrattuali e organizzative nelle quali operano tanti lavoratori della filiera degli appalti.

Dietro ogni nave varata ci sono migliaia di ore di lavoro, professionalità e sacrifici. Ma nessun risultato industriale può essere considerato un successo se il prezzo viene pagato con la vita degli operai.

Adesso servono accertamenti rigorosi, responsabilità accertate e cambiamenti verificabili. Perché una stiva non può trasformarsi in una camera senza ossigeno, una lavorazione di saldatura in una trappola di fuoco e un appalto in un luogo dove la sicurezza perde valore.

Sofiane, Kabir e Marius non devono essere ricordati soltanto come tre numeri. Erano tre uomini, con una vita, una famiglia e il diritto fondamentale di tornare a casa dopo il lavoro.

LE ISOLE DELLA FATICA

Molto si può viaggiare

per i reami del consumismo,

tra regni grigi,

dove il sole ha smarrito

il suo nome,

isole di fatica, circondate

da mari d’acciaio,

dove i nuovi schiavi occidentali

attraversano

il vassallaggio di morte

che mantiene la cronaca

e ingrassa il silenzio.

Viaggiano senza mappe,

con le mani come vele,

dentro navi

che promettono oceani

e ricchezze sotto le chiglie

con il mare che nasconde

le loro croci,

su barche di ferro,

che dovrebbero navigare

e, invece, diventano bara.

Spesse volte il tempo,

con il suo dominio,

regge le ultime ore degli uomini,

l’orologio che divora i minuti

come un lupo

e mastica ogni respiro

che si fa moneta

nelle tasche del profitto.

Tutti nella febbrile tensione

di diventare numeri, vicende mute,

righe smarrite nei registri,

incontrano fuochi fatui

che gettano sogni sulle spalle,

piccole stelle cadute

nelle stive senza cielo.

Sofiane, Kabir, Marius:

tre nomi contro il nulla,

tre ombre come la vita

che contiene

tre sacchi di propositi,

colmi di ritorni e promesse,

di voci amate, di figli,

di case e di domeniche portate

via dalla morte.

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano è poetessa, scrittrice, traduttrice e attivista per i diritti sociali, nata a Cuba e residente in provincia di Bologna. Autrice di diciotto libri, alcuni in edizione bilingue, la sua scrittura attraversa i temi del translinguismo, della migrazione, della memoria diasporica e dei diritti umani. Collabora con numerose testate giornalistiche e riviste culturali italiane, spagnole e latinoamericane, occupandosi di letteratura, cultura, traduzione e impegno civile. Finalista e vincitrice di importanti premi letterari nazionali e internazionali, affianca all’attività letteraria progetti educativi e iniziative contro la violenza e le disuguaglianze sociali.