• Dom. Ott 25th, 2026

Il web magazine

online 24 ore su 24

FEMMINICIDIO DI VERGIATE, L’IDENTITÀ DELLA VITTIMA RESTA IN SECONDO PIANO: I NUMERI DI UNA RICOGNIZIONE SUL LINGUAGGIO DEI MEDIA

DiYuleisy Cruz Lezcano

Ott 25, 2026

Nel racconto del femminicidio di Vergiate, in provincia di Varese, la scelta delle parole e la distribuzione delle informazioni nei titoli offrono un punto di partenza per interrogarsi sul modo in cui l’informazione rappresenta le donne uccise. La donna, 36 anni, di origine colombiana, è stata identificata nelle cronache successive come Grey Noralba Sanmartin Villalba. Per il delitto è stato sottoposto a fermo il compagno, Marco Panichi, 53 anni. Le indagini sono chiamate ad accertare la dinamica dei fatti, comprese le circostanze riferite dall’indagato e dalla sua difesa.

Una prima ricognizione di otto pubblicazioni online relative alle prime notizie, diffuse il 23 ottobre 2026, permette di osservare una differenza: in diversi titoli il nome dell’uomo compare subito, mentre la donna viene indicata attraverso l’età, la relazione sentimentale o l’origine nazionale. Si tratta di un campione esplorativo, non di un’indagine statistica sull’intero sistema dei media italiani.

Nel campione considerato, sei pubblicazioni su otto presentano nel titolo o nella prima formulazione della notizia il nome dell’uomo accusato, mentre in due il titolo iniziale non riporta il nome della vittima né quello dell’uomo. In almeno quattro delle prime formulazioni esaminate, la donna viene descritta soprattutto come «la fidanzata», «la compagna» o «la donna di 36 anni». In alcune di queste compare anche il riferimento alla sua origine straniera o colombiana. Le versioni aggiornate di alcuni articoli hanno poi introdotto il nome completo della vittima.

Questi numeri descrivono soltanto le pubblicazioni esaminate e non devono essere interpretati come percentuali rappresentative di tutte le testate giornalistiche. Inoltre, un articolo può essere aggiornato dopo la prima pubblicazione: per un confronto rigoroso occorre distinguere la versione iniziale da quella successiva, il titolo dal testo e l’eventuale presenza del nome nel corpo dell’articolo.

Il dato più interessante, al di là del conteggio, riguarda la gerarchia narrativa. Il nome dell’uomo permette al lettore di identificare immediatamente il protagonista dell’azione descritta. La donna, invece, rischia di essere definita in rapporto a lui: è la fidanzata, la compagna, la donna straniera. La sua individualità viene così rinviata a un secondo momento, quando la notizia è già stata diffusa e la rappresentazione pubblica della vicenda ha preso forma.

Non è possibile dedurre da questa scelta, da sola, un’intenzione discriminatoria. La tempestività delle prime notizie, la disponibilità dei dati e le cautele legate alle indagini possono spiegare alcune differenze. Ma la ripetizione di una modalità linguistica merita attenzione, perché i titoli non sono semplici contenitori: stabiliscono quali informazioni il pubblico incontra per prime e quali elementi diventano centrali nella memoria collettiva.

Anche il riferimento alla nazionalità deve essere valutato in base alla sua effettiva rilevanza. Indicare che la vittima era colombiana può essere corretto quando il dato è verificato e pertinente. Diventa problematico se l’origine nazionale sostituisce il nome senza una ragione editoriale chiara o se viene utilizzata come caratteristica dominante della persona. Una donna non coincide con la propria provenienza geografica, così come la sua nazionalità non spiega la violenza subita.

Il Manifesto di Venezia invita giornaliste e giornalisti a evitare stereotipi e rappresentazioni che possano sminuire la gravità della violenza o ledere la dignità delle donne. Il Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, richiama a sua volta il rispetto delle persone coinvolte nella cronaca, l’essenzialità dell’informazione e la necessità di evitare linguaggi e immagini lesivi della dignità. Questi principi non impongono di pubblicare sempre il nome di una vittima: richiedono una valutazione responsabile della sua identificazione e delle conseguenze della diffusione dei dati personali.

La questione diventa ancora più delicata quando alla scelta del nome si aggiunge quella delle immagini. Pubblicare fotografie della donna insieme all’uomo accusato, soprattutto se scattate durante momenti felici della relazione, può riportare l’attenzione sulla coppia invece che sulla persona uccisa. Per i familiari e gli amici, quelle immagini possono rappresentare ricordi privati che vengono improvvisamente riproposti a un pubblico molto più vasto. La ripetizione può aggravare la sofferenza e contribuire a una forma di vittimizzazione secondaria, quando il racconto della tragedia finisce per ledere ulteriormente la dignità della vittima o di chi le era vicino.

Un’informazione rispettosa non deve nascondere i fatti né rinunciare a identificare le persone quando esiste un interesse pubblico. Deve però chiedersi se ogni dettaglio sia davvero necessario, se le immagini aggiungano informazioni e se il linguaggio restituisca alla donna un’identità autonoma rispetto alla relazione con l’uomo accusato.

La ricognizione numerica, pur limitata, suggerisce una domanda che le redazioni possono porsi prima di pubblicare: perché il nome dell’uomo è immediatamente disponibile nel titolo, mentre quello della donna compare soltanto in seguito? La risposta non può essere stabilita senza esaminare ogni singolo caso, ma la domanda è utile per verificare abitudini editoriali che rischiano di trasformare la vittima in una figura accessoria della cronaca.

Il giornalismo non restituisce la vita a una donna uccisa, ma può evitare di cancellarne l’individualità nel modo in cui racconta la sua morte. La precisione dei dati, la trasparenza dei criteri editoriali e il rispetto della dignità sono parte della stessa responsabilità professionale. Il numero delle testate che pubblicano un nome è un indicatore da esaminare; il punto decisivo, però, è comprendere perché alcune identità vengano rese immediatamente visibili e altre rimangano sullo sfondo.

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano è poetessa, scrittrice, traduttrice e attivista per i diritti sociali, nata a Cuba e residente in provincia di Bologna. Autrice di diciotto libri, alcuni in edizione bilingue, la sua scrittura attraversa i temi del translinguismo, della migrazione, della memoria diasporica e dei diritti umani. Collabora con numerose testate giornalistiche e riviste culturali italiane, spagnole e latinoamericane, occupandosi di letteratura, cultura, traduzione e impegno civile. Finalista e vincitrice di importanti premi letterari nazionali e internazionali, affianca all’attività letteraria progetti educativi e iniziative contro la violenza e le disuguaglianze sociali.