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Il futuro sotto assedio: quando l’odio torna a marciare nelle strade d’Europa

DiYuleisy Cruz Lezcano

Ott 9, 2026

Da Oskar Schindler a Núcleo Nacional: Hannah Arendt e la responsabilità di riconoscere i segnali del passato

Ci sono immagini che pensavamo appartenessero agli archivi della storia: braccia tese nel saluto nazista, giovani che sfilano dietro simboli fascisti, slogan che dividono gli esseri umani in appartenenti e intrusi. Quando quelle immagini ricompaiono nelle strade europee, la domanda non riguarda soltanto il passato. Riguarda la società che siamo diventati e quella che stiamo permettendo di costruire.

Il 9 ottobre 1974 moriva Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che durante la Shoah contribuì a salvare circa 1.200 ebrei. La sua storia ci ha lasciato un’eredità che non può essere racchiusa nella sola memoria della Seconda guerra mondiale, ci obbliga a riflettere sul momento in cui una società comincia a considerare alcuni esseri umani meno degni di altri. Oggi, a distanza di decenni dalla caduta del nazismo, l’Europa si trova nuovamente a fare i conti con organizzazioni ultranazionaliste, gruppi di estrema destra e movimenti che ricorrono a simboli fascisti, retoriche razziali e campagne contro migranti e minoranze.

Non si tratta di sostenere che ogni formazione nazionalista sia nazista, né di confondere il dissenso politico con l’estremismo. Le differenze ideologiche, le posizioni sull’immigrazione e le idee sul ruolo dello Stato devono poter essere discusse in una democrazia. Ma esistono segnali che meritano un’attenzione particolare: la celebrazione dei regimi totalitari, la negazione della Shoah, la disumanizzazione di intere comunità e l’esibizione di simboli storicamente associati alla persecuzione e alla violenza.

La storia non si ripete come una rappresentazione teatrale nella quale ogni attore indossa gli stessi costumi. I contesti cambiano, le tecnologie cambiano, le parole si trasformano. Ma alcuni meccanismi possono riemergere dalla costruzione di un nemico collettivo, la promessa di una rinascita nazionale attraverso l’esclusione, il culto della forza e la convinzione che la dignità umana dipenda dall’origine, dalla religione o dall’identità. È davanti a questi meccanismi che la memoria smette di essere una cerimonia e diventa una responsabilità civile.

Il 2 settembre 2026, a Madrid, durante una manifestazione legata alla crisi migratoria di Ceuta, militanti di Núcleo Nacional sono stati ripresi mentre facevano gesti riconducibili al saluto nazista e cantavano Cara al Sol, inno storico della Falange spagnola, divenuto uno dei simboli del franchismo. La vicenda è stata documentata dalla Jewish Telegraphic Agency e dall’agenzia spagnola EFE. Secondo EFE, durante la manifestazione si sono sentiti slogan come «España es cristiana y no musulmana»  «La Spagna è cristiana e non musulmana»,  insieme a cori ostili ai musulmani e agli immigrati. La giornata si è conclusa con quattro arresti e quattro agenti feriti, secondo il bilancio delle autorità. I manifestanti hanno inoltre avuto scontri con giornalisti e forze dell’ordine. I partecipanti legati a Núcleo Nacional hanno contestato l’interpretazione del gesto, definendolo un saluto iberico o romano. La circostanza non cancella, tuttavia, il significato storico che quel gesto assume quando viene compiuto in un contesto nel quale risuonano simboli e richiami fascisti.

La questione non riguarda la possibilità di discutere l’immigrazione o l’identità nazionale, riguarda il modo in cui lo si fa,  se attraverso argomenti, dati e proposte politiche, oppure trasformando intere comunità in nemici da respingere.

Núcleo Nacional non è soltanto un gruppo di ragazzi comparso improvvisamente in una piazza. Secondo un’inchiesta pubblicata da El País nel novembre 2025, il movimento aveva riunito militanti provenienti da diversi ambienti dell’estrema destra spagnola e sviluppato una struttura organizzativa rivolta soprattutto a giovani uomini. Nel febbraio 2026, come ha riferito EFE, l’organizzazione si è registrata come partito politico con il nome di Noviembre Nacional, mantenendo il marchio Núcleo Nacional.

La Guardia Civil aveva inoltre aperto nel 2025 un’indagine sui contenuti diffusi dal gruppo, dopo la pubblicazione di un video che invitava a una «difesa attiva» delle strade e a una lotta contro quella che veniva definita un’invasione migratoria. Questi sono fatti documentati; la valutazione delle singole responsabilità penali spetta alle autorità competenti.

Il punto, però, va oltre la vicenda giudiziaria, si sta verificando il passaggio dalla propaganda alla costruzione di una comunità politica organizzata, capace di reclutare, mobilitare e presentare la propria visione del mondo come una missione generazionale. 

Quando giovani persone vengono attratte da un’identità fondata sulla disciplina paramilitare, sull’appartenenza esclusiva e sulla ricerca di nemici, la società deve interrogarsi non soltanto su ciò che esse dichiarano, ma anche sui processi attraverso cui vengono coinvolte. Bisogna ricordare che nessun movimento nasce già grande, che prima ci sono le parole, poi i simboli, quindi i gruppi, le ritualità, le manifestazioni e, in alcuni casi, la normalizzazione della minaccia.

Lo slogan pronunciato nelle manifestazioni spagnole non è una semplice affermazione religiosa. Nel contesto in cui è stato utilizzato, contrappone due identità come se la presenza dell’una dovesse necessariamente cancellare quella dell’altra. È qui che il linguaggio politico diventa un problema democratico. Una società può riconoscere la propria storia cristiana, discutere il ruolo della religione nello spazio pubblico e affrontare seriamente questioni di integrazione, sicurezza e immigrazione. Nulla di tutto questo richiede di negare la dignità dei cittadini musulmani o di rappresentarli come un corpo estraneo alla nazione.

La Spagna contemporanea, come molte altre società europee, è composta da persone con storie familiari, convinzioni religiose e origini differenti. La cittadinanza non è una ricompensa concessa a chi professa la religione della maggioranza. È uno status giuridico e politico, accompagnato da diritti e doveri. Quando uno slogan afferma che una nazione appartiene esclusivamente a una confessione, apre una domanda inquietante: quale posto viene riservato a chi non vi appartiene?

E quando quella contrapposizione si accompagna a saluti nazisti, inni fascisti o richieste di espulsione collettiva, non è più sufficiente presentarla come una difesa astratta della tradizione. È necessario esaminare il contesto, le parole e gli atti concreti. 

La memoria europea dovrebbe averci insegnato quanto possa essere pericoloso trasformare l’identità in un criterio per stabilire chi merita di appartenere alla comunità e chi deve vivere sotto sospetto.

Le immagini dei cortei giovanili sono forse quelle che interrogano maggiormente il nostro tempo. Vedere ragazzi che riproducono gesti associati a un regime responsabile di persecuzioni e stermini pone una domanda che non può essere liquidata con il semplice disprezzo: che cosa trovano in quei simboli?

È qui che il pensiero di Hannah Arendt torna a essere essenziale. La filosofa non sosteneva che il male fosse poco grave perché poteva essere compiuto da persone ordinarie. Al contrario, la sua riflessione sulla banalità del male mostrava quanto fosse inquietante la possibilità che crimini enormi venissero favoriti anche dalla rinuncia al giudizio personale, dalla conformità e dall’incapacità di interrogarsi sul significato delle proprie azioni.

Quando la violenza viene presentata come una necessità, quando un’intera popolazione viene descritta come un’invasione, quando una minoranza viene indicata come responsabile dei problemi collettivi, il giudizio rischia di essere sostituito da una narrazione già pronta.

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano è poetessa, scrittrice, traduttrice e attivista per i diritti sociali, nata a Cuba e residente in provincia di Bologna. Autrice di diciotto libri, alcuni in edizione bilingue, la sua scrittura attraversa i temi del translinguismo, della migrazione, della memoria diasporica e dei diritti umani. Collabora con numerose testate giornalistiche e riviste culturali italiane, spagnole e latinoamericane, occupandosi di letteratura, cultura, traduzione e impegno civile. Finalista e vincitrice di importanti premi letterari nazionali e internazionali, affianca all’attività letteraria progetti educativi e iniziative contro la violenza e le disuguaglianze sociali.