Aprire la Intranet aziendale, durante una normale giornata di lavoro, e trovarsi davanti a una comunicazione che condanna un’aggressione verbale a sfondo razzista subita da una studentessa di Infermieristica in tirocinio presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Bologna. Leggere quelle parole, riconoscere la gravità dell’accaduto e, quasi inevitabilmente, pensare a sé stessi, ai colleghi, alle colleghe, a tutte quelle persone che ogni giorno indossano una divisa sanitaria senza avere necessariamente un cognome italiano, la pelle completamente bianca o un’origine che qualcuno considera conforme a un modello prestabilito. È in quel momento che, oltre alla solidarietà per la studentessa, può emergere un sentimento difficile da ignorare: una profonda tristezza.
Una tristezza che nasce dalla consapevolezza di appartenere a una comunità professionale nella quale dovrebbero contare la competenza, la responsabilità, la capacità di prendersi cura degli altri e il rispetto della dignità umana, ma nella quale l’origine, il colore della pelle o i tratti somatici possono ancora diventare, agli occhi di qualcuno, motivi di ostilità. Una tristezza che riguarda chi, ogni giorno, si prende cura delle persone senza chiedere da dove vengano, quale lingua parlino, quale sia il loro credo o quale sia il colore della loro pelle. Professionisti che assistono, ascoltano, accompagnano, alleviano il dolore e affrontano situazioni complesse, mettendo a disposizione conoscenze scientifiche, esperienza, sensibilità e umanità.
La comunicazione dell’Azienda USL di Bologna esprime una condanna netta dell’aggressione, manifesta vicinanza alla studentessa, ringrazia le colleghe e i colleghi intervenuti in suo aiuto e ricorda le misure adottate per la sicurezza del personale e di chi svolge attività formative nelle strutture sanitarie. Viene inoltre riferito che la studentessa ha accettato il percorso di sostegno psicologico offerto dal corso di laurea in Infermieristica dell’Università di Bologna e che, durante l’episodio, è stato attivato il pulsante di allarme per avviare la procedura di collegamento con la Questura.
Sono elementi importanti, che dimostrano quanto sia necessario intervenire tempestivamente e predisporre strumenti concreti di protezione. Eppure, leggendo questa comunicazione, per chi ha vissuto o continua a vivere sulla propria pelle il peso degli stereotipi, la riflessione può andare oltre la sicurezza fisica. E dopo un episodio simile si apre una domanda più profonda: come è possibile che, ancora oggi, una persona che si sta formando per curare gli altri possa essere aggredita a causa di pregiudizi razzisti?
E come si sente un professionista sanitario che legge questa notizia e, mentre la legge, pensa: potrebbe accadere anche a me?
Potrebbe accadere a chi ha lasciato il proprio Paese per costruire una vita diversa, a chi ha studiato per anni, superato esami, affrontato sacrifici personali e familiari, imparato una nuova lingua e conquistato, passo dopo passo, il proprio posto in un sistema sanitario complesso. Potrebbe accadere a chi è nato in Italia ma viene continuamente percepito come straniero a causa del proprio aspetto. A chi parla perfettamente italiano, conosce le procedure, rispetta le regole, svolge il proprio lavoro con scrupolo e dedizione, ma si trova ancora a dover dimostrare qualcosa in più per essere considerato semplicemente un collega.
È questo uno degli aspetti più dolorosi della discriminazione: la riduzione di una persona alla sua presunta appartenenza etnica, come se tutto ciò che ha costruito, imparato e rappresenta potesse essere cancellato da una caratteristica fisica o da un’origine reale o immaginata.
La realtà è che non esiste un unico volto della professionalità sanitaria, nemmrno un unico colore della pelle capace di rappresentare la competenza, né un cognome che garantisca automaticamente affidabilità, preparazione o senso del dovere.
Gli ospedali e i servizi territoriali sono fatti di persone diverse, con storie, lingue, percorsi migratori e tradizioni differenti. Questa pluralità non rappresenta una minaccia per il sistema sanitario, è una componente della società che il sistema sanitario è chiamato a servire. Per questo, quando un’aggressione razzista colpisce una studentessa in tirocinio, la ferita simbolica può estendersi oltre la singola persona, mon perché tutti i professionisti non italiani o non completamente bianchi debbano necessariamente sentirsi vittime dello stesso episodio, ma perché la notizia può riattivare esperienze personali, timori e ricordi di discriminazione in chi si riconosce, anche solo in parte, nella persona aggredita.
L’intersezionalità ci invita a non considerare le esperienze di esclusione come fenomeni isolati, ma a osservare le relazioni di potere e le condizioni concrete nelle quali si verificano.
Nel caso della studentessa di Bologna, non è necessario conoscere ogni dettaglio della sua storia personale per comprendere che un’aggressione a sfondo razzista è inaccettabile.
A tutti i professionisti della salute che non sono italiani, a quelli che hanno origini straniere, a quelli che non corrispondono all’immagine stereotipata di una persona bianca e a quelli che, pur essendo nati e cresciuti in Italia, vengono ancora percepiti come estranei, deve essere riconosciuto lo stesso diritto fondamentale: essere giudicati per la propria professionalità, le proprie competenze e i propri comportamenti, non per ciò che gli altri immaginano osservandone il volto o ascoltandone il cognome.
Non siamo definiti dal colore della nostra pelle. Non siamo riducibili alla nostra provenienza. Non dobbiamo dimostrare un’appartenenza attraverso la rinuncia alle nostre origini. Siamo persone, colleghe e colleghi, professioniste e professionisti, con responsabilità, competenze, storie e sentimenti. Siamo parte di un sistema che si prende cura della vita umana nella sua complessità e che, proprio per questo, dovrebbe essere il primo a riconoscere il valore della diversità.
