In Italia, accanto ai dati istituzionali di INAIL e Istat, esiste un articolato sistema di osservazione indipendente e civica delle morti sul lavoro, nato proprio per colmare i vuoti informativi lasciati dalle statistiche ufficiali. Queste realtà non hanno tutte la stessa metodologia, ma condividono un obiettivo fondamentale: dare nome, volto e contesto a chi muore lavorando o a causa del lavoro, includendo anche quelle vittime che spesso restano invisibili.
Una delle fonti più seguite e citate nel dibattito pubblico è la pagina Facebook “Morti di lavoro”, curata da Piero Santonastaso. Si tratta di un lavoro di monitoraggio quotidiano, basato su cronaca locale, segnalazioni dirette e verifiche incrociate con articoli di stampa. La pagina non ha finalità statistiche accademiche, ma svolge un ruolo fondamentale di documentazione civile e memoria pubblica, pubblicando giorno per giorno i nomi delle vittime e aggiornando periodicamente i bilanci annuali. Secondo il bilancio provvisorio diffuso da Morti di lavoro, il 2025 si è chiuso con 1.118 vittime complessive, un dato sostanzialmente in linea con il 2024, quando i morti erano stati 1.138, nonostante l’anno precedente fosse bisestile. La media quotidiana resta identica e drammatica: 3,1 morti al giorno. Dicembre 2025 è risultato il mese con meno decessi, 72 in totale, di cui 53 avvenuti direttamente sul lavoro e 19 in itinere. A livello regionale, la Lombardia si conferma la regione con il maggior numero di vittime, 140, seguita dal Veneto con 118 e dalla Campania con 108. Rispetto al 2024, Veneto e Campania si sono invertite di posizione, segno di un andamento tutt’altro che stabile e prevedibile.
La forza di questa fonte sta anche nella ricostruzione puntuale delle singole storie, come quella di Ettore Garau, elettricista 56enne di Sassari, morto il 31 dicembre 2025 schiacciato su un cestello durante lavori in appalto in un magazzino alimentare, o di Pietro Paolo D’Ambrosio, 35 anni, morto in un incidente stradale mentre rientrava a casa dopo il turno di notte. Vicende che mostrano con chiarezza il peso degli appalti, della stanchezza e dei turni notturni, e che spesso finiscono rapidamente nel silenzio mediatico.
Accanto a questo lavoro di memoria e denuncia quotidiana, opera da molti anni l’Osservatorio indipendente di Bologna “Morti sul lavoro”, attivo dal 2008 e considerato una delle fonti più rigorose e inclusive nel panorama nazionale. La sua peculiarità è l’adozione di una definizione estesa di morte da lavoro, che include non solo gli infortuni avvenuti nei luoghi di lavoro, ma anche quelli in itinere, le morti su strada di lavoratori, i decessi per stress lavoro-correlato (karoshi), e una parte significativa degli incidenti agricoli e domestici legati ad attività lavorative informali.
Secondo i dati dell’Osservatorio di Bologna, nel 2025 le vittime del lavoro in Italia sono state 1.450, con una media di 3,95 morti al giorno, domeniche comprese. Di queste, 1.032 persone sono morte direttamente nei luoghi di lavoro, un numero che da solo supera ampiamente le cifre ufficiali comunemente riportate. Ancora più allarmante è il dato relativo ai lavoratori stranieri, che rappresentano il 32% delle vittime totali, quasi una su tre, a conferma di una forte correlazione tra rischio di morte, marginalità sociale e precarietà contrattuale.
L’analisi settoriale dell’Osservatorio di Bologna restituisce un quadro durissimo. L’agricoltura è il settore più colpito, con 243 morti nel solo 2025, di cui 144 causati da schiacciamento da trattore, una delle dinamiche più ricorrenti e letali. Seguono l’autotrasporto e la logistica con 159 vittime, l’edilizia con 159 morti, un dato che include anche il lavoro grigio e in appalto, e l’industria con 67 decessi. Particolarmente significativo è anche il numero di morti attribuite al karoshi, lo stress lavoro-correlato, che l’Osservatorio quantifica in 111 vittime, segnalando un fenomeno ancora largamente sottovalutato nel dibattito istituzionale.
Questi numeri non sono in contraddizione tra loro: raccontano realtà diverse dello stesso fenomeno. I dati di Morti di lavoro fotografano la cronaca quotidiana così come emerge dai media e dalle segnalazioni, mentre quelli dell’Osservatorio di Bologna allargano lo sguardo a tutte le forme di morte legate al lavoro, comprese quelle che sfuggono ai criteri assicurativi o giuridici. In mezzo restano spesso i dati istituzionali, più restrittivi, che tendono a escludere una parte consistente delle vittime reali.
Nel loro insieme, queste fonti indipendenti svolgono un ruolo essenziale: rompono il silenzio, contrastano la rimozione collettiva e mostrano che la strage non è fatta solo di “incidenti”, ma di scelte politiche, organizzative e produttive. La distanza tra 1.118 e 1.450 morti non è un errore statistico: è lo spazio in cui scompaiono i lavoratori più fragili, più ricattabili e più soli. Ed è proprio lì che oggi si gioca la battaglia per la verità sul lavoro in Italia.
