Mi ha fatto profondamente male risentire Monica Michielin, la mamma di Mattia. La sua voce, la sua delusione, la fatica di una famiglia che ha investito anni, energie e risorse economiche per cercare giustizia per un figlio morto a 23 anni mentre lavorava. E che oggi, dopo una sentenza che ha lasciato aperte tante ferite, si ritrova ancora a fare i conti con un senso di solitudine e di sconforto. Ci sono messaggi che ascolti e continuano a farsi sentire dentro e ci sono storie che non si possono archiviare. Non perché chi le racconta non riesca a voltare pagina, ma perché quella pagina, per le famiglie che hanno perso qualcuno sul lavoro, non è mai stata davvero scritta fino in fondo.
Una di queste storie è quella di Mattia Battistetti, morto a 23 anni il 29 aprile 2021 in un cantiere edile di Montebelluna. Un ragazzo che aveva una vita davanti, una fidanzata, il desiderio di diventare autonomo, il piacere di lavorare e di costruirsi il proprio futuro. Era dipendente della Altedil Ponteggi. Quella mattina un carico di impalcature del peso di circa quindici quintali si staccò da una gru e lo travolse. Mattia morì sul colpo.
Non era soltanto un operaio. Era un figlio, un fratello, un ragazzo amato. Da quel 29 aprile, per sua madre Monica Michielin, per il papà Giuseppe Battistetti e per la sorella Anna, è cominciata un’altra vita. Una vita che non avevano scelto: quella della ricerca di verità e giustizia.
E in questi anni Monica ha dimostrato un coraggio che merita rispetto. Ha parlato, denunciato, partecipato alle udienze, cercato attenzione pubblica e istituzionale. Ha continuato a raccontare Mattia perché il suo nome non scomparisse dietro le statistiche delle morti sul lavoro. Perché non diventasse uno dei tanti numeri di una tragedia che troppo spesso viene dimenticata dopo qualche giorno,
ma il coraggio non significa non stancarsi. E soprattutto non significa non soffrire.
Lo scorso 18 marzo 2026 il Tribunale di Treviso ha pronunciato la sentenza di primo grado: tre condanne a un anno e sei mesi, con pena sospesa, e tre assoluzioni. Una decisione che ha lasciato la famiglia profondamente amareggiata. Le condanne hanno riguardato il gruista Loris Durante, il responsabile del servizio di prevenzione e protezione Marco Rossi e il coordinatore per la sicurezza Gabriele Sernagiotto. Sono stati assolti, perché il fatto non sussiste, i legali rappresentanti delle tre aziende coinvolte e il responsabile dei lavori.
Una sentenza che non ha chiuso il dolore e che ha aperto un nuovo capitolo giudiziario: quello delle impugnazioni e dell’appello.
Eppure la vicenda non riguarda soltanto una famiglia, riguarda il modo in cui il nostro sistema giudiziario accompagna, o non riesce ad accompagnare, chi resta dopo una morte sul lavoro.
In questi giorni ho sentito Monica mentre leggeva i nomi di altre persone citate in un mio articolo. Nomi di lavoratori morti, di famiglie che aspettano risposte, di persone che si ritrovano a combattere nelle aule giudiziarie dopo aver già affrontato la perdita più terribile.
Il mio articolo parlava delle lungaggini dei procedimenti, delle difficoltà per ottenere giustizia, delle battaglie che continuano anche quando sembra che tutto sia finito. Ma ascoltare Monica, questa volta, mi ha fatto particolarmente male. Mi ha raccontato la delusione, la stanchezza, lo sconforto. Mi ha parlato dei tanti soldi spesi, degli anni trascorsi, delle energie consumate in una battaglia che sembra non avere fine. La famiglia di Mattia ha sostenuto finora circa 80 mila euro di spese legali, una cifra enorme, soprattutto se si pensa che a dover affrontare tutto questo sono persone che hanno già subito una perdita irreparabile.
E non ci sono soltanto le spese, ci sono le udienze, le attese, gli atti da leggere, le decisioni da comprendere, le speranze che si riaccendono e poi si scontrano con nuove delusioni. C’è il dover ricostruire continuamente la propria storia, ripercorrere la morte di un figlio, spiegare ancora perché si chiede giustizia.
Monica mi ha parlato anche del momento difficile che stanno attraversando lei, il papà Giuseppe e la sorella Anna. Sono stanchi, sono giù di morale, avviliti.
E come non comprendere, almeno per quello che è possibile comprendere dall’esterno, la loro fatica?
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel fatto che una famiglia, dopo aver perso un figlio di 23 anni mentre lavorava, debba trovare anche le risorse economiche, psicologiche e fisiche per sostenere una battaglia giudiziaria così lunga. La loro non è una richiesta di privilegio, è la richiesta di poter vedere approfondite le responsabilità, di poter comprendere fino in fondo che cosa è successo e perché Mattia non sia tornato a casa.
La questione delle iniziative delle procure in vista dell’appello ha aggiunto un ulteriore motivo di amarezza. La famiglia si è interrogata sulla mancata impugnazione diretta da parte della Procura di Treviso e sulle iniziative della Procura generale di Venezia, rispetto alle assoluzioni dei vertici aziendali. Una vicenda procedurale che, per chi la vive dall’interno, non è fatta di formule giuridiche, ma significa chiedersi ancora una volta se ci sarà qualcuno disposto a sostenere fino in fondo la necessità di approfondire le responsabilità.
È importante, tuttavia, registrare anche l’ultimo sviluppo: il 29 ottobre è stata diffusa la notizia che la Procura di Treviso ha dato l’acquiescenza alla Procura generale di Venezia, consentendole di valutare un eventuale ricorso in appello sulle assoluzioni. Non si tratta ancora di un appello presentato né di una garanzia di un nuovo processo, ma di un passaggio che lascia aperta questa possibilità.
Anche questo, per una famiglia che aspetta da cinque anni, significa vivere sospesa tra speranza e paura di un’altra delusione. Il diritto di essere ascoltati, prima ancora di essere risarciti
C’è un aspetto che spesso sfugge quando raccontiamo le morti sul lavoro: il processo non finisce con una sentenza, almeno non nella vita delle famiglie. Per chi perde un figlio, il tempo giudiziario si sovrappone a quello del lutto. Ogni rinvio, ogni decisione, ogni richiesta di archiviazione o assoluzione può riaprire ferite che non si sono mai rimarginate.
Non a caso, il 22 ottobre 2026 la Camera ha approvato all’unanimità una proposta per estendere il patrocinio a spese dello Stato ai familiari delle vittime di incidenti sul lavoro. Un provvedimento che dovrà completare il proprio percorso parlamentare, ma che nasce anche dalla battaglia portata avanti da diverse famiglie. È un riconoscimento importante: non si può chiedere a chi ha perso un figlio di affrontare anche una guerra economica per poter stare in un processo.
