Questa poesia nasce dall’urgenza di restituire voce e dignità a una tragedia che rischia troppo spesso di ridursi a cronaca rapida e numeri. Attraverso il linguaggio poetico, si tenta di interrompere l’assuefazione alle cosiddette “morti bianche”, riportando al centro l’umanità della vittima e il peso reale della perdita. La parola poetica non consola né semplifica, ma apre uno spazio di ascolto e consapevolezza, capace di scuotere e interrogare. Allo stesso tempo, il testo si propone come gesto di memoria e accompagnamento: un modo per sostare accanto a chi non c’è più e a chi resta, per opporsi all’oblio che segue il ciclo veloce dell’informazione. In questo senso, la poesia diventa testimonianza, mantenendo viva una presenza oltre il fatto. Per questo è fondamentale ricordare il nome della vittima, sottraendolo all’anonimato della cronaca: Mbow Paper Mamour, ventidue anni. Pronunciarlo significa riconoscerne la storia, e assumersi, come comunità, la responsabilità di non dimenticare.
Gardenie nel buio
Qualcuno lo sognava ancora intero,
angelo senza età sospeso
tra ingranaggi e stelle,
come un’alba trattenuta nel ferro.
La macchina ha continuato a frullare,
in uno sparpaglio briciole, carne,
tanta carne, pioggia calda di sangue
gli ha unto i capelli e ha intorpidito
lo scoppio di rosso del grido
che si è perso nella sacca squarciata
da dove si è lasciato andare
all’espressione impagliata di dolore.
Anche la sua lingua
è stata messa da parte e ha intinto l’aria
chiusa tra i denti dei cilindri.
Il suo corpo tremava,
insieme al respiro spremuto
in un corridoio nero
che l’ha condotto
dove il silenzio finge di esistere.
Lo sentite?
Lui sta parlando, ancora,
di tante cose con la sua morte
parla nel buio, si crede vivo,
e racconta, parola per parola,
come se il dolore avesse memoria
e il sangue sapesse cantare.
Yuleisy Cruz lezcano
