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Prima di “Celebration” c’erano i veri Kool & the Gang

DiGlauco Costantini

Ott 9, 2026

Oggi un bel post biografico!

Quando si pronuncia il nome Kool & the Gang, nella testa di molti partono immediatamente “Celebration”, “Ladies’ Night” o “Get Down on It”. Ma prima di diventare una delle band più riconoscibili della musica pop degli anni Ottanta, i Kool & the Gang avevano già alle spalle una storia lunga e musicalmente ricchissima.

Tutto comincia a Jersey City nel 1964, quando i fratelli Robert “Kool” Bell e Ronald Bell formano con alcuni amici di quartiere un gruppo chiamato inizialmente Jazziacs. Jazz e soul sono le basi di partenza, ma il gruppo comincia presto a contaminare quella formazione con il rhythm & blues e con un groove sempre più funky. Dopo alcuni cambi di nome arriva quello definitivo, Kool & the Gang, e nel 1969 esce il primo album. È una band quasi interamente strumentale, costruita attorno a fiati, basso, batteria, chitarra e tastiere.

Negli anni successivi costruiscono soprattutto negli Stati Uniti una reputazione formidabile come band dal vivo. Live at the Sex Machine, Music Is the Message, Good Times e poi Wild and Peaceful mostrano una formazione capace di muoversi tra jazz, soul e funk con una naturalezza impressionante. Nel 1973 arrivano “Funky Stuff”, “Jungle Boogie” e “Hollywood Swinging”, ma il meglio deve ancora arrivare.

Tra il 1974 e il 1977 il catalogo si arricchisce di brani come “Higher Plane”, “Rhyme Tyme People”, “Summer Madness”, “Spirit of the Boogie”, “Jungle Jazz”, “Caribbean Festival”, “Love & Understanding”, “Open Sesame” e “Super Band”. Sono anni in cui i Kool & the Gang non sembrano avere particolare interesse a semplificare la propria musica. Light of Worlds, Spirit of the Boogie, Love & Understanding e Open Sesame sono album pieni di groove, arrangiamenti, improvvisazioni e momenti strumentali.

“Summer Madness” merita una parentesi sua. La versione in studio di Light of Worlds è già diventata un classico del jazz-funk, ma la versione dal vivo registrata al Rainbow Theatre di Londra e pubblicata su Love & Understanding nel 1976 porta il brano oltre gli otto minuti con l’assolo di ARP2600 che ha fatto scuola. È uno di quei pezzi che è impossibile dimenticare.

E poi arriva il cambiamento. Nel 1978 entra nella formazione James “J.T.” Taylor, che l’anno successivo diventa il nuovo cantante principale. Nello stesso periodo la band comincia a lavorare con il produttore e musicista brasiliano Eumir Deodato. L’equilibrio cambia. La grande macchina funk rimane, ma adesso ci sono una voce riconoscibile, melodie più immediate e una nuova attenzione alla pista da ballo.

Da lì arriveranno “Ladies’ Night”, “Celebration” e tutto quello che conosciamo, ma prima di quella svolta, per quasi un decennio, c’era stata una band che aveva costruito album splendidi e una quantità impressionante di musica destinata a essere riscoperta, campionata e ripresa negli anni successivi. Era già lì, molto prima che il mondo imparasse a cantare “Celebration”.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.