• Mar. Ott 6th, 2026

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Tre singoli, tre stili, una generazione

DiGlauco Costantini

Ott 6, 2026

Immaginiamo di essere in Gran Bretagna. Accendiamo la radio, compriamo un settimanale musicale e guardiamo la classifica dei singoli. In mezzo a Jennifer Rush, Midge Ure, Madonna, Billy Idol e Bowie & Jagger, troviamo tre nomi che raccontano perfettamente tre facce della musica inglese di quegli anni. Simple Minds, The Cure e Tears for Fears.

I Simple Minds sono appena entrati in classifica con “Alive and Kicking”, direttamente al numero 12. È il suono di una band che sta ormai trasformando la propria new wave in qualcosa di più commerciale ma comunque atmosferico e spettacolare. Pochi mesi prima “Don’t You (Forget About Me)” era arrivata al numero 7 e ora Jim Kerr e soci stanno preparando il terreno per Once Upon a Time. “Alive and Kicking” arriverà al numero 7, confermando la definitiva trasformazione dei Simple Minds in una delle grandi band da stadio degli anni Ottanta.

A pochi posti di distanza ci sono The Cure con “Close to Me”, al numero 24. Robert Smith rappresenta l’altra faccia di quella stessa Inghilterra, più scura, inquieta, anticonvenzionale. Eppure anche i Cure sono ormai dentro il grande circuito pop. Il brano raggiungerà proprio il numero 24, mentre contemporaneamente The Head on the Door sta portando la band verso un pubblico molto più vasto.

E poi ci sono i Tears for Fears, con “I Believe”, nuova entrata al numero 38. Roland Orzabal e Curt Smith arrivano da Songs from the Big Chair, uno degli album simbolo di quella stagione, e il loro pop sofisticato dimostra quanto ormai il confine tra new wave, synth-pop e pop di massa sia diventato quasi impossibile da tracciare.

Nella stessa classifica troviamo The Smiths, Marillion, The Style Council, Iron Maiden, Sade, A-ha, Madonna, Billy Idol. Non esiste un unico “suono inglese”. Convivono elettronica e metal, malinconia e pop da classifica, look estremi e nuove forme di eleganza.

Londra, dove la musica è anche immagine. Il New Romantic degli anni precedenti ha lasciato un’eredità fatta di trucco, abiti teatrali, capelli elaborati e contaminazioni androgine. Nel frattempo la capitale sta producendo nuove estetiche, mentre nella società prende piede anche il power dressing, fatto di spalle marcate, completi strutturati e un’idea molto più aggressiva dell’immagine personale.

Era un’Inghilterra che cambiava velocemente e che sembrava avere una canzone, un vestito e un’identità diversa per ogni possibile modo di sentirsi giovani. E noi oggi abbiamo la fortuna di poterla riascoltare tutta, una posizione alla volta.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.