Il 4 ottobre 1994 i Dream Theater pubblicano Awake, il loro terzo album. Dopo il successo di Images and Words, la casa discografica avrebbe voluto qualcosa che potesse ripetere la fortuna di “Pull Me Under” e la band rispose invece con un disco decisamente più duro e oscuro. John Petrucci utilizzò per la prima volta una chitarra a sette corde, abbassando il baricentro del suono e portando il gruppo verso un prog metal molto più aggressivo. L’attacco di “6:00”, con quel riff e la batteria di Mike Portnoy, fa capire immediatamente che i Dream Theater non hanno intenzione di realizzare Images and Words 2.
E dentro quei 75 minuti ci sono alcune delle pietre miliari della loro carriera. “Caught in a Web” introduce una pesantezza quasi claustrofobica, “Erotomania” apre la suite A Mind Beside Itself, che prosegue con la monumentale “Voices” e si chiude con “The Silent Man”. “The Mirror” e “Lie” mostrano invece il lato più muscolare della band, mentre “Scarred”, brano di undici minuti, viene costruita attorno a continui cambi di atmosfera. In mezzo c’è anche “Lifting Shadows off a Dream”, più sospesa e melodica. Awake funziona proprio perché non è soltanto un disco pesante, ma alterna continuamente tensione, tecnica, melodia e momenti quasi intimisti.
C’è poi Kevin Moore. Il tastierista, figura fondamentale del suono dei primi Dream Theater, decide di lasciare la band durante la lavorazione dell’album. Nonostante questo, il suo contributo rimane decisivo perché è sua “Space-Dye Vest”, l’ultima traccia, un brano stranissimo per il gruppo, costruito su pianoforte, tastiere, campionamenti e una dimensione molto personale. Sarà anche l’ultima registrazione di Moore con i Dream Theater. La sua uscita segnerà la fine di una prima fase della band, proprio mentre Awake ne sta inaugurando una nuova.
Forse è proprio questo il motivo per cui Awake continua a essere un disco così particolare nella storia dei Dream Theater. Non è semplicemente il seguito del loro album più famoso: è il momento in cui il gruppo sceglie di diventare più cupo e per quanto possibile, tecnico, senza rinunciare alla melodia. Da “6:00” a “Scarred”, passando per “The Mirror”, “Lie” e la suite “A Mind Beside Itself”, il disco contiene già gran parte del DNA che i Dream Theater svilupperanno negli anni successivi. E proprio alla fine, quella Space-Dye Vest sembra chiudere una porta, senza che nessuno, probabilmente, sapesse ancora quanto sarebbe stata importante la porta che invece si stava aprendo.
