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I GENESIS PUBBLICANO “SELLING ENGLAND BY THE POUND” E SI RITROVANO NELLA STORIA

DiGlauco Costantini

Ott 5, 2026

Ci sono album che arrivano in un momento preciso della tua vita e, senza che tu te ne accorga, finiscono per accompagnarti per decenni. Selling England by the Pound per me è esattamente questo. Il 5 ottobre 1973 (data riportata dal sito ufficiale) i Genesis pubblicavano un album che considero ancora oggi uno dei vertici assoluti della loro storia e, soprattutto, uno di quei dischi che hanno contribuito a costruire il mio modo di ascoltare la musica. Nel 1987, questo fu l’album a cui pensai per primo, appena acquistato il lettore CD.

Basta l’attacco di “Dancing with the Moonlit Knight” per capire che siamo davanti a qualcosa di speciale. E poi arrivano “I Know What I Like”, “Firth of Fifth”, “The Cinema Show”, “The Battle of Epping Forest” e “Aisle of Plenty”: un equilibrio quasi irripetibile tra complessità, melodia, ironia e atmosfere. C’è anche una curiosità che ho sempre trovato affascinante quanto frustrante: Tony Banks, dal vivo, praticamente non eseguiva mai l’introduzione al pianoforte di “Firth of Fifth”, perché la considerava troppo difficile da riprodurre con la stessa precisione del disco. All’epoca, scoprire che sul live Seconds Out del 1977 non c’era questo intro mi mandò ai matti (e questa espressione la rubo a Martina, la mia collega).

E “The Cinema Show”? Fortunatamente è rimasta così come la conosciamo, ma rischiò addirittura di essere mutilata. Il lungo strumentale finale, quello dominato dalle tastiere di Banks, fino all’ultimo avrebbe dovuto essere accorciato per contenere la durata del disco. Alla fine, però, la decisione fu quella di lasciarlo integrale. Una scelta che oggi sembra ovvia: quel finale è diventato uno dei momenti più riconoscibili dell’intero album e uno degli esempi più belli della capacità dei Genesis di trasformare un brano in un viaggio strumentale senza perdere tensione.

Selling England by the Pound  non è un album che si limita a mostrare quanto fossero bravi i Genesis: è un disco in cui ogni elemento sembra trovare il proprio posto, dalle parti più teatrali di Peter Gabriel alle architetture di Banks, fino alla sezione ritmica di Collins e Rutherford. Riascoltarlo oggi significa ritrovare un album che non ha bisogno di essere riscoperto: è semplicemente uno di quei dischi che continuano, anno dopo anno, a ricordarti perché hai cominciato ad amare la musica. Questa musica.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.