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BOB SIEBENBERG – IL PROTAGONISTA NASCOSTO DEI SUPERTRAMP

DiGlauco Costantini

Ott 31, 2026

C’è un modo molto più interessante di raccontare Bob Siebenberg rispetto al classico post sul batterista dei Supertramp. Partirei proprio dal fatto che Siebenberg è una figura meno appariscente rispetto a Rick Davies, Roger Hodgson e John Helliwell, ma il suo contributo è molto più caratterizzante di quanto si possa pensare. Non è il batterista che cerca di imporsi sulla musica. È quello che capisce quando deve intervenire, quanto deve farlo e soprattutto quando è meglio lasciare spazio agli altri. Questa è la sua cifra stilistica.

C’è un’intervista molto interessante pubblicata da Modern Drummer nel 2014, in occasione dei quarant’anni di Crime of the Century. Siebenberg racconta alcuni dettagli che permettono di capire bene il suo approccio. Prendiamo ad esempio “Dreamer”. Il particolare andamento della batteria, che entra progressivamente nel brano, nasce da un’idea di Roger Hodgson. Siebenberg la rielabora e la fa propria. In “Bloody Well Right”, invece, elimina alcuni accenti tradizionali per seguire più da vicino il carattere del riff. In “Hide in Your Shell” il passaggio di tom e rullante con effetto ritardato è un’idea di produzione sviluppata insieme a Hodgson e Ken Scott. 

(Modern Drummer Magazine)

È un dettaglio importante. Siebenberg non si limita a eseguire una parte ritmica, ma partecipa alla costruzione dell’arrangiamento. E lo fa con una sensibilità particolare per le dinamiche e per il rapporto tra gli strumenti. Una sua dichiarazione mi sembra quasi una chiave di lettura dell’intera produzione dei Supertramp. Dice che gli piaceva il fatto che la batteria fosse trattata come qualsiasi altro strumento e che non dovesse necessariamente essere presente in ogni momento.

È esattamente ciò che succede in “Crime of the Century”, dove le entrate della batteria sono spesso parte della drammaturgia del brano. In “Rudy”, per esempio, gli interventi sui piatti durante la sezione con le due voci contribuiscono a costruire la tensione. In “Asylum” i fill sui tom, preparati già durante le prove, diventano ancora più spettacolari grazie al trattamento sonoro di Ken Scott. 

(The Logical Web, Modern Drummer Magazine)

E poi c’è “Child of Vision”, da Breakfast in America. Per oltre sette minuti Siebenberg mantiene un pattern di sedicesimi sul charleston con uno swing molto particolare. In un’intervista gli viene persino chiesto se quel groove possa essere chiamato “Siebenberg Swing”. Lui risponde che ne sarebbe onorato. È un episodio simpatico, ma anche la dimostrazione di quanto il suo modo di suonare fosse personale. 

(The Logical Web)

C’è un altro aspetto che trovo interessante. Siebenberg è autodidatta e racconta di essere stato influenzato da mondi apparentemente lontani tra loro, dal Dixieland e dalle big band ascoltate attraverso la collezione del padre, fino al surf californiano, alla Motown, ai Procol Harum, ai Traffic, a The Band e a Dr. John.

Questa varietà aiuta a comprendere perché il suo drumming non sia riconducibile a un unico modello. Ha un senso del groove molto americano, ma riesce a inserirlo in composizioni sofisticate, ricche di cambi di atmosfera e di struttura. 

(The Logical Web)

E fuori dai Supertramp? Nel 1985 pubblicò Giants in Our Own Room, un album solista nel quale non si limitava a suonare la batteria. Si occupava anche di tastiere e voce, mostrando un lato compositivo meno conosciuto. Un album a mio parere godibilissimo. La formazione coinvolta era notevole. C’erano Scott Gorham dei Thin Lizzy, B.J. Wilson dei Procol Harum, Steve Farris dei Mr. Mister, Kerry Hatch degli Oingo Boingo e il compagno di band John Helliwell. Non proprio un progetto estemporaneo.

Siebenberg è un musicista capace di dare personalità ai brani senza rubare la scena, di trasformare un fill in un elemento narrativo e di lasciare che siano le canzoni a suggerirgli cosa suonare. Ha contribuito in modo determinante a definire un’identità sonora, pur restando quasi sempre in secondo piano rispetto ai due grandi autori della band.

Di Glauco Costantini

Graphic designer per mestiere, ascoltatore compulsivo per vocazione. La musica, a cui devo il mio stato di perenne squattrinato, è entrata nella mia vita da poppante. A tre anni dormivo con i 45 giri sotto il cuscino, a cinque ascoltavo Beethoven, mordevo il mobile Grundig di mio padre guardando girare i dischi e suonavo la batteria, finché un giorno inspiegabilmente sparì dalla cantina. Ripiegai sul pianoforte, che abbandonai, anche se mai del tutto, a tredici anni. Poi è iniziato il viaggio vero. Funk a undici anni, rock a dodici, progressive a quattordici, fusion a quindici, jazz a sedici. Negli anni Novanta è arrivata anche la New Age. Tra i miei punti cardinali ci sono Genesis, Pat Metheny, Joe Jackson, Dream Theater, Earth, Wind & Fire, Supertramp, Yes, George Benson, Porcupine Tree, John Coltrane, Toto, Mike Oldfield e Miles Davis. Ho registrato migliaia di cassette, disegnato altrettante copertine sul primo Macintosh 128Kb e comprato dischi anche solo perché erano belli da guardare. Sono anche un pacato motociclista e un veloce camminatore, quando il divano me lo permette.