Il 30 ottobre 1971 Meddle usciva negli Stati Uniti. In Gran Bretagna sarebbe arrivato pochi giorni dopo, il 5 novembre. Non era ancora il Pink Floyd dei grandi concept album e del successo planetario, ma qualcosa stava cambiando. Dopo anni di sperimentazioni, colonne sonore, concerti e tentativi non sempre riusciti di dare una direzione precisa alla musica, il gruppo cominciava finalmente a trovare un nuovo equilibrio.
Le registrazioni si svolsero tra gennaio e agosto in diversi studi londinesi, da Abbey Road agli AIR Studios e ai Morgan. Una parte del lavoro nacque da un metodo insolito. I quattro musicisti registravano frammenti senza sapere cosa stessero preparando gli altri. Li chiamavano semplicemente “Nothings”. Potevano essere pochi accordi, un ritmo, una sequenza di suoni o un’idea appena abbozzata. In seguito avrebbero provato a collegare quei materiali, trasformandoli in composizioni vere e proprie.
Da questo processo nacque anche Echoes, la lunga suite che occupa per intero la seconda facciata del vinile. All’inizio non esisteva ancora come brano unitario. Passò attraverso diverse forme provvisorie, fino a essere presentata dal vivo con il titolo Return of the Son of Nothing. La versione definitiva è un percorso di oltre ventitré minuti in cui le parti strumentali non sono semplici intermezzi, ma elementi di una costruzione musicale in continua evoluzione.
La frase minacciosa pronunciata in One of These Days, “One of these days I’m going to cut you into little pieces”, è la voce di Nick Mason, trattata attraverso un ring modulator per ottenere quel timbro metallico e inquietante. Una trovata che trasforma una battuta in un elemento ritmico e quasi percussivo. È uno dei momenti in cui la sperimentazione non è decorativa, ma diventa parte integrante della composizione.
Il resto dell’album mostra una band capace di muoversi in direzioni differenti senza perdere coesione. La delicatezza acustica di A Pillow of Winds, l’andamento più blues e jazzy di San Tropez, la presenza quasi surreale del cane Seamus, con il suo ululato inserito nella registrazione, sembrano appartenere a mondi diversi. Eppure, messi insieme, questi episodi raccontano un gruppo che non ha più bisogno di forzare tutto dentro un’unica idea.
La copertina, opera dello studio Hipgnosis, nasconde un piccolo inganno visivo. Da chiusa sembra un naso capovolto, ma aprendola e disponendola in verticale si scopre che l’immagine raffigura un orecchio immerso nell’acqua, attraversata dalle onde sonore.
Meddle non è ancora un concept album compatto ma è qualcosa di più libero, un laboratorio in cui la sperimentazione comincia finalmente a trovare una forma naturale. La strada verso il capolavoro era aperta.
