Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano,
Società Editrice «Il Ponte Vecchio», 2026
Recensione di Ivano Mugnaini

Ci sono libri che si limitano a documentare il reale, e ci sono libri che il reale lo attraversano, facendosi carico del suo peso più insopportabile per restituirlo alla coscienza collettiva. Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano appartiene a questa seconda categoria. L’autrice costruisce un memoriale contemporaneo in cui l’impegno sociale e la denuncia implacabile delle stragi sul lavoro si fondono con una scrittura letteraria accurata e coinvolgente: evocativa, mai pietistica, adeguatamente nitida nel suo taglio chirurgico sul dolore e sulle responsabilità.
Come ricorda Maria Giorgini nella prefazione, «non esistono morti bianche». Il bianco richiama l’inevitabile, il neutro, il destino. Cruz Lezcano smonta questa narrazione tossica pagina dopo pagina, dimostrando che dietro ogni statistica c’è un crimine: quello di un sistema che antepone il profitto alla vita, quello dei subappalti al ribasso, quello dell’indifferenza.
Il libro si presenta come una raccolta di cammei – termine scelto non a caso dall’autrice – dove ogni capitolo è un ritratto inciso con la precisione dell’orefice e la profondità dello scultore. La struttura alterna prosa e poesia con un ritmo che non è mai meccanico, ma segue il respiro del dolore: la prosa è l’inspirazione, il racconto della vita, la preparazione del caffè all’alba, il rumore delle chiavi; la poesia è l’espirazione, il silenzio che segue, il vuoto che non si può colmare.
Questa architettura a due voci permette all’autrice di evitare il rischio della cronaca pietistica e quello opposto dell’ermetismo fine a sé stesso. La prosa restituisce i volti, la poesia restituisce l’indicibile.
La prosa si fa carico della biografia, la ricostruzione dell’umanità che il sistema tende a cancellare. L’autrice non inizia quasi mai dalla tragedia, ma dalla vita che la precede. È una scelta narrativa potente: ci costringe ad amare le vittime, a conoscerle per voler loro bene e rispettarle, come persone, non come numeri, prima di vederle morire. La precisione dei dettagli quotidiani diventa un’arma letteraria devastante. Il dolore non è mai urlato, ma si annida nelle cose che restano a metà, nei gesti interrotti.
«Non lo sapeva, ma alle 9,46 Luana era già morta. La giovane madre era rimasta intrappolata nell’orditoio della fabbrica tessile dove lavorava.»
«Emma tornò in cucina e guardò il tiramisù. Era lì, incompiuto, come se il mondo, senza dirlo, avesse già deciso.»
In questi brani, la prosa di Cruz Lezcano raggiunge vette di realismo ineludibile. L’orrore non sta solo nella macchina senza protezioni che uccide Luana D’Orazio, ma in quel mascarpone che non si monta, in quella crema sospesa. La tragedia l’essere umano la riesce a cogliere più nei dettagli che nell’insieme. E ancora, l’autrice evidenzia la forza e la capacità di fotografare la “normalità” che precede il massacro, come nella strage di Brandizzo, dove l’abitudine al rischio è la vera colpevole:
«Quella notte il cantiere sembrava uno dei tanti ed era proprio questo l’orrore, la normalità.»
«Le telecamere della stazione ripresero tutto. Gli operai illuminati a tratti, le schiene curve, il silenzio enorme della notte ferroviaria.»
Se la prosa restituisce i volti e le storie, la poesia si fa carico di ciò che è indicibile: il vuoto, l’assenza, la rabbia metafisica e sociale. Il passaggio dal racconto alla poesia non è una semplice cesura, ma un cambio di frequenza: dalla cronaca si passa al lamento greco, all’invocazione, all’accusa.
I versi di Cruz Lezcano sono affilati, privi di orpelli decorativi. Sono parole che, necessariamente, graffiano la coscienza:
«Una giovane operaia resta nel filo del tempo,
nel respiro interrotto di un orditoio,
dove la luce diventa lama
e il lavoro si chiude come una porta improvvisa.»
La denuncia sociale si fa grido di rivolta quando l’autrice racconta lo sfruttamento dei migranti, i nuovi schiavi del caporalato e dei cantieri abusivi, come Satnam Singh o Abdellah Rahali. Qui la poesia diventa atto di accusa verso uno Stato che nasconde i suoi morti:
«Satnam è diventato simbolo,
non per scelta, ma perché l’ingiustizia
ha bisogno di volti da ignorare
e tombe senza lapide.
A Latina è tornato tutto com’era,
la nebbia dei verbali,
la maschera dei contratti,
l’invisibilità come mestiere.»
E, a fianco, in un insieme, un tutt’uno che molti vogliono farci ignorare, c’è l’inferno dei poveri, dei pensionati costretti a rischiare la vita per integrare una rendita misera, come Roberto Vitale. La poesia qui si fa marxiana, feroce nella sua analisi di classe:
«L’inferno dei poveri
costruisce il paradiso dei ricchi
che non smettono mai di “ammobiliarlo”
con quadri e cornici d’ossa.»
Uno dei meriti maggiori del libro è il delineamento esatto della geografia del dolore che attraversa l’intera penisola. Dalle cave di marmo di Botticino alle acciaierie di Taranto, dai cantieri abusivi di San Marcellino alle cartiere della Carnia, dalle campagne del Salernitano ai porti del Garda. Cruz Lezcano ci mostra che non esiste un’Italia sicura e un’Italia pericolosa: esiste un’unica Italia che muore al lavoro, con le stesse dinamiche, le stesse colpe, le stesse omissioni.
Questa mappatura ha un valore politico preciso: smonta la retorica della “fatalità” e della “sfortuna”, mostrando che il dolore ha coordinate precise, nomi precisi, responsabilità precise.
Il libro si articola lungo tre direttrici generazionali e sociali che compongono il ritratto di un Paese malato.
I migranti, innanzitutto, doppiamente vulnerabili, come Satnam Singh, Abdellah Rahali, Yassine Guerouahi, Victor Durbala, Muhamed Memishoski. Per loro la morte sul lavoro si somma all’invisibilità sociale, allo sfruttamento, alla mancanza di diritti.
La poesia per Abdellah Rahali è tra le più strazianti del libro:
« Sulla barella il lenzuolo
bianco cielo senza risposte,
steso su un nome che non arriva.
Per due giorni sei stato nessuno,
numero sospeso nella cronaca,
ramo del tronco reciso
prima ancora di essere detto.»
Gli anziani e i pensionati, poi, costretti a tornare al lavoro per sopravvivere: Roberto Vitale, Agostino Scavo, Giuseppe Passini, Ezio Cretaro. La poesia per Ezio Cretaro contiene una delle invettive più potenti:
«Tappatevi le orecchie, è il giorno dell’addio,
portate il prete all’osteria a infiammare le guanciotte,
fate ubriacare tutte le sue sette vite,
scordate di dover infarcire il suo ritratto di virtù.
Cercate, invece, una parola che lo salvi,
può essere aggettivo, verbo, riposo, vacanza,
può essere dura, senza affetto,
o muta, bagnata di sudore nello sforzo
di una crudele dimenticanza.»
I giovani, infine, quelli di cui molti parlano senza comprenderli. Quelli con i sogni spezzati prima ancora di fiorire: Lorenzo Parelli, Rayan Lassoued, Carmine “Karmis” Vitolo, Pashtrik Krasniqi. Le parole che l’autrice dedica a Karmis, il ragazzo che sognava Sanremo, sono un pugno nello stomaco:
No, non si può morire così, non a ventiquattro anni. Non mentre si costruisce il domani con le mani sporche di fatica e la testa piena di musica. La sera, davanti alla sua stanza, Irene sussurrò: «Se mi senti, dammi un segno».
Un capitolo a parte meritano le madri: Monica (madre di Mattia), Emma (madre di Luana), Adriana (madre di Rayan), Maria Elena (madre di Lorenzo). Sono le vere eroine tragiche di questo testo, sacerdotesse di una memoria che lo Stato vorrebbe archiviare in fretta. Cruz Lezcano le ritrae con una delicatezza che non scade mai nel patetico, mostrando come il loro dolore si trasformi in attivismo, in denuncia, in una forma di amore che sopravvive alla distruzione.
La poesia per Rayan, scritta dopo la sua morte, è un esempio di questa trasformazione del dolore in luce:
«La bianca farfalla ti si posò sul petto
nella fibra rossa dove fioriscono narcisi
quando piove dolcezza irrequieta
accesa nel battito che infiamma il sangue.
E fu pioggia chiara quando si aprì il portone,
corsa di uno slancio di boccioli sciolti
acciuffati di vita fra i sensi»
I paralleli letterari sorgono spontanei e potenti. C’è il Primo Levi della testimonianza etica, per cui il ricordo è un dovere civile e la descrizione dell’ambiente industriale mantiene una precisione tecnica che si fa poesia della crudeltà. C’è l’Émile Zola di Germinal o L’Assommoir, per come la macchina e la fabbrica vengono descritti come entità voraci, bestie di ferro che masticano carne umana.
Ma è nella lirica che Cruz Lezcano trova i suoi compagni di viaggio più affini: la rabbia corsara di Pier Paolo Pasolini contro la società dei consumi che sacrifica i corpi dei giovani e dei marginalizzati; la poesia civile di Franco Fortini e Mario Luzi, per l’impegno etico della parola; il lamento delle madri di Anna Achmatova, l’elenco democratico dei morti di Walt Whitman, dove ogni nome ha lo stesso peso.
Per la letteratura del lavoro, i riferimenti sono Volponi (le fabbriche di Le mosche del capitale), Ottieri, Bianciardi, ma anche Carlo Levi e Rocco Scotellaro per la pietas verso gli ultimi. Per la poesia del dolore contemporaneo, l’accostamento è con Antonella Anedda e Mariangela Gualtieri. Ma al di là di questi riferimenti di massima, la poesia di Yuleisy Cruz Lezcano nasce da letture ed esplorazioni della contemporaneità e da un impegno fattivo che la porta a guardare, sentire, osservare, lottare, prima di scrivere. Senza un tale coinvolgimento in prima persona la sua scrittura non potrebbe esistere.
Altro merito del libro è l’utilizzo di registri linguistici diversi: la cronaca giornalistica, la lirica alta, l’invettiva corsara, il dialetto (come nella poesia per Cosimo Palmigiano, Nu Sciato ‘e Focu, ‘Nu Silenzio ‘mmiezzo ‘o Vento), il linguaggio tecnico (i “miociti di dolore” per Samuel e Giovanni, folgorati dalla corrente). Questa mescolanza non è un vezzo stilistico, ma una necessità etica: il dolore ha molte lingue, e la letteratura deve saperle parlare tutte.
In una delle poesie più belle, a mio parere, del libro, Canto per un uomo invisibile, Cruz Lezcano scrive:
«Lasciate almeno che un verso gli sia sepolcro,
una poesia la sua bara d’onore,
perché il cuore d’un operaio
non sia dimenticato nel cemento delle statistiche.
E se la cultura manca, seminatela!
Non di slogan ma di gesti, di vite salvate.
Ogni cantiere è un altare di rischio:
che vi si celebri la sacralità dell’uomo.»
Questa dichiarazione di poetica è la chiave di volta del libro. La poesia non è decorazione, non è consolazione: è sepoltura onorevole, è atto di giustizia, è l’ultimo gesto di dignità verso chi è stato trattato come scarto.
Yuleisy Cruz Lezcano non scrive per intrattenere, scrive per salvare. Salvare dall’oblio, dalla normalizzazione dell’orrore. Crimini della sicurezza è un libro che si legge con un nodo alla gola, ma che non si può non leggere. È un ponte tra la letteratura civile di un tempo e la necessaria testimonianza del presente. Ci ricorda che ogni volta che timbriamo un cartellino, ogni volta che guidiamo sotto casa, ogni volta che entriamo in un cantiere o in una fabbrica, stiamo giocando d’azzardo con un sistema che ha dimenticato il significato della parola dignità.
Leggere queste pagine significa, come scrive l’autrice, «scegliere di non voltarsi dall’altra parte». E la letteratura, quando è scritta con questa consapevolezza e questo amore, è autentico atto di resistenza.
Ivano Mugnaini
