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La montagna bianca e il silenzio: Matteo Franzoso, un anno dopo

DiRedazione

Set 17, 2026

Ci sono luoghi della montagna che sembrano fatti apposta per essere ricordati con meraviglia. La Parva è uno di questi. È sulle Ande cilene, a circa 50 chilometri da Santiago, nel cuore della Cordigliera, a quote che superano i duemila metri. Il comprensorio sorge intorno ai 2.750 metri e guarda verso la valle centrale del Cile; nelle giornate limpide, il paesaggio si apre in una successione di creste, pendii innevati e grandi spazi d’alta quota. È un ambiente nel quale la neve non è semplicemente una superficie sulla quale sciare: è parte integrante del paesaggio, del clima, della vita della montagna. Ed è forse proprio questo il paradosso più difficile da accettare nella storia di Matteo Franzoso. Morire in un luogo così significa lasciare la vita nel mezzo di uno dei paesaggi più spettacolari che uno sciatore possa conoscere. Significa che la stessa montagna che per anni era stata sinonimo di libertà, velocità, fatica e sogni può, in un istante, trasformarsi in un luogo di dolore.

Non è la montagna, naturalmente, ad avere una volontà. La natura non è buona né cattiva. Una pista può essere perfettamente preparata e il paesaggio può continuare a essere magnifico mentre, a pochi metri di distanza, si consuma una tragedia. È proprio questa indifferenza della natura a rendere ancora più difficile il lutto: il sole continua a sorgere, il vento continua a muovere la neve, le montagne rimangono immobili. Matteo, invece, non c’è più.

Matteo Franzoso aveva 25 anni quando, il 13 settembre 2025, cadde durante un allenamento a La Parva. La ricostruzione diffusa dalla FISI riferisce che affrontò male un piccolo salto del tracciato, venne sbalzato oltre due file di reti e finì contro una staccionata collocata alcuni metri oltre il bordo della pista. Riportò un gravissimo trauma cranico e fu trasferito in elicottero a Santiago, dove rimase in terapia intensiva e in coma farmacologico. Morì il 15 settembre. Il giorno successivo avrebbe compiuto 26 anni. Era uno sciatore di velocità. Uno di quelli che hanno imparato a convivere con una realtà che per molti sarebbe semplicemente impensabile: affrontare una montagna a velocità elevatissime, affidandosi alla tecnica, alla preparazione fisica, all’attrezzatura e alla capacità di leggere il terreno in frazioni di secondo. La sua carriera comprendeva 17 presenze in Coppa del Mondo, una vittoria in Coppa Europa e il titolo italiano assoluto nella combinata alpina conquistato nel 2023. Era un atleta delle Fiamme Gialle, cresciuto sciisticamente sulle montagne di Sestriere. Ma nei giorni successivi alla morte, oltre ai risultati, emerse soprattutto il ragazzo.I compagni lo ricordarono per il sorriso, la vitalità, la gentilezza. Giovanni Franzoni, suo compagno di stanza, scrisse che avrebbe portato con sé quella vitalità e che ogni sua curva sarebbe stata anche di Matteo. È una frase che assume un significato particolare se pronunciata dentro il mondo dello sci, perché una curva, per uno sciatore, è un gesto tecnico. È una scelta di traiettoria, di equilibrio, di pressione sulla neve. Dopo la morte di Matteo, per il suo amico è diventata anche memoria.

Guardando le immagini di La Parva è difficile immaginare la tragedia. La montagna cilena è un ambiente di grandi pendii, neve e alte quote, con aree fuori pista caratterizzate anche da canaloni profondi e cornici di neve, territori riservati agli sciatori esperti. Il comprensorio è utilizzato anche da squadre internazionali per gli allenamenti. Chi ha avuto modo di visitare questo luogo è reso conto che si tratta di una natura magnifica e severa. Poi lo sappiamo, in alta montagna il paesaggio cambia rapidamente. La neve viene trasformata dal vento, dal gelo, dal sole e dalle variazioni di temperatura. Le superfici possono essere dure, compatte, ghiacciate oppure morbide. Un salto apparentemente piccolo modifica per qualche istante il contatto tra sci e terreno.

Per chi pratica lo sci di velocità, sono proprio queste condizioni a costituire il terreno della propria professione, ma la natura non conosce il concetto di gara, di record e di podio. Non sa che un ragazzo sta inseguendo un sogno. Per la montagna, Matteo era una presenza effimera sul suo manto nevoso. Per la sua famiglia, invece, era tutto. È questa distanza tra la dimensione naturale e quella umana che rende così dolorosa la sua storia.

Il 23 settembre 2025, a Sestriere, Matteo fu salutato nella chiesa di Sant’Edoardo, ai piedi delle piste dove aveva iniziato a sciare. La bara era avvolta nel tricolore e sopra di essa era stato deposto il cappello da finanziere. Intorno, rose, garofani e gigli bianchi. Il bianco dei fiori sembrava appartenere allo stesso paesaggio dal quale Matteo proveniva: la neve, le montagne, l’inverno. Ma quella volta la neve non era una pista, era memoria.

La madre Olga, durante il funerale, parlò del sogno olimpico di Matteo. Disse che lui e il fratello Michele erano i loro eroi e che, attraverso il loro impegno, le Olimpiadi le avevano già vinte. Poi pronunciò una speranza che oggi, a distanza di un anno, pesa ancora: che la morte di suo figlio potesse servire a rendere lo sci più sicuro. Queste sono parole di una madre, prima ancora che di una famiglia colpita da una tragedia. E forse per questo sono rimaste.

La morte di Matteo ha riaperto una ferita che nel mondo dello sci italiano era ancora aperta. Meno di un anno prima, il 28 ottobre 2024, era morta Matilde Lorenzi, 19 anni, dopo una caduta durante un allenamento in Val Senales. I due ragazzi si conoscevano. Le loro famiglie erano legate. Adolfo Lorenzi, padre di Matilde, nel giorno dei funerali di Matteo raccontò che quella nuova tragedia aveva riportato lui e la sua famiglia nel dolore vissuto per la figlia. Disse che Matteo era stato vicino a loro dopo la morte di Matilde e che la sua scomparsa significava perdere «un pezzo di noi». E un destino che, a distanza di meno di un anno, ha costretto lo stesso ambiente sportivo a interrogarsi ancora sulla sicurezza.

Dopo la morte di Matteo, la FISI annunciò proposte per aumentare gli standard di sicurezza degli allenamenti, indicando la necessità di individuare piste specificamente attrezzate per la velocità e dotate di livelli di protezione adeguati agli standard della Coppa del Mondo. A un anno dalla morte, però, per la famiglia Franzoso il tema non è chiuso.

Marcello e Olga hanno raccontato a la Repubblica di sentirsi abbandonati e hanno contestato il modo in cui, secondo loro, la vicenda è stata affrontata dal mondo dello sci. La famiglia sostiene inoltre che non siano stati compiuti sufficienti passi avanti nell’accertamento delle responsabilità. Sono dichiarazioni e valutazioni dei genitori, che vanno distinte dai fatti giudiziari eventualmente accertati.

La FISI, dal canto suo, ha rinnovato nel settembre 2026 la propria vicinanza alla famiglia e ha ricordato Matteo come un atleta determinato e un ragazzo solare, sottolineando il valore del suo ricordo all’interno della squadra azzurra. Il contrasto tra queste due narrazioni è oggi parte della storia di Matteo, ma nel mezzo rimane una domanda più grande: quanto deve cambiare uno sport prima che la morte di un giovane atleta non venga ricordata soltanto come una tragedia, ma diventi anche l’occasione per correggere ciò che può essere corretto?

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