Il 4 settembre, a Forlì, parlare di lavoro ha significato parlare di tutto ciò che oggi mette in discussione il futuro del nostro Paese: sicurezza, precarietà, morti sul lavoro, crisi industriale, occupazione, salari, produttività, energia, innovazione, intelligenza artificiale, multinazionali e ruolo dello Stato. Una giornata nella quale la presentazione di Crimini della sicurezza di Yuleisy Cruz Lezcano e l’intervento di Maurizio Landini hanno finito per incontrarsi su un punto fondamentale: senza mettere al centro la persona che lavora, qualsiasi politica industriale rischia di perdere il proprio significato.
La presentazione del libro è stata forse il momento più umano e più doloroso della giornata. Crimini della sicurezza, pubblicato da Il Ponte Vecchio, nasce dall’esigenza di andare oltre la semplice conta delle vittime. Yuleisy Cruz Lezcano ha raccolto storie, testimonianze e ricordi delle famiglie di chi è morto lavorando, trasformando una sequenza di numeri in un racconto di vite spezzate.
È proprio questa la caratteristica più forte del libro, infatti, l’autrice è entrata dalla porta dei numeri per trovare i volti. E a Forlì quei volti erano presenti.
C’era Monica Michelin, madre di Mattia Battistetti, che ha letto davanti al pubblico il racconto dedicato al figlio presente nel libro. C’erano i familiari di Mattia e la mamma di Rayan Lassoued, Adriana Cantelmo. C’erano persone che non hanno bisogno di spiegazioni per sapere cosa significhi davvero la parola sicurezza, perché hanno conosciuto sulla propria pelle il prezzo della sua assenza.
Mattia aveva 23 anni quando morì sul lavoro a Montebelluna nel 2021. Rayan aveva appena 21 anni. Sono nomi che non possono essere ridotti alla formula “morti sul lavoro”. Sono persone che avevano una famiglia, amici, sogni e un futuro che non hanno potuto vivere.
Per questo la lettura di Monica Michelin è stata qualcosa di più di una pagina di un libro. È stata la voce di una madre che restituisce presenza al figlio. E gli abbracci ricevuti dall’autrice dai familiari delle vittime hanno rappresentato una sorta di conferma: quelle storie erano state ascoltate e raccontate con rispetto.
Da qui è partita una riflessione che riguarda l’intero mondo del lavoro. Perché la sicurezza non è un capitolo separato dalla precarietà, dalla qualità dell’occupazione, dagli appalti e dai subappalti. Quando il lavoro viene frammentato, quando aumenta la precarietà, quando la pressione sulla produttività diventa sempre più forte, la domanda sulla sicurezza diventa ancora più urgente. Ed è dentro questo quadro che ha assunto particolare rilievo la presenza di Maurizio Landini.
Il segretario generale della CGIL ha parlato della crisi che attraversa il Paese e della necessità di tornare a una vera politica industriale. Non una politica fatta soltanto di incentivi distribuiti alle imprese, ma una strategia capace di decidere quali produzioni l’Italia vuole mantenere, quali filiere vuole difendere e quali investimenti vuole realizzare.
Il ragionamento di Landini ha toccato l’economia, la geopolitica e la trasformazione dei processi produttivi, ma il punto di arrivo è rimasto il lavoro. Perché le grandi trasformazioni internazionali, dalla competizione con la Cina alla crisi dell’industria europea, dalla transizione energetica alla digitalizzazione e all’intelligenza artificiale, non sono questioni lontane dalla vita quotidiana. Entrano direttamente nelle fabbriche, negli stabilimenti, nei contratti e nelle buste paga.
Un esempio drammatico è quello di Electrolux. Proprio il 4 settembre, al termine di due giorni di trattativa al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti italiani della multinazionale, dopo la conferma da parte dell’azienda della chiusura di Cerreto d’Esi e di un piano di ridimensionamento occupazionale.
La crisi Electrolux riguarda l’intero sistema produttivo italiano. Il piano presentato a maggio prevedeva inizialmente 1.719 esuberi complessivi, la chiusura di Cerreto d’Esi e riduzioni occupazionali negli altri stabilimenti di Porcia, Susegana, Forlì e Solaro. I dati aziendali presentati al Mimit indicavano, tra l’altro, una riduzione dell’organico di 338 lavoratori a Forlì, 310 a Susegana, 262 a Porcia e 217 a Solaro. Il confronto successivo ha prodotto alcuni cambiamenti, ma non ha cancellato il problema. L’azienda ha confermato la chiusura di Cerreto d’Esi e, secondo quanto riferito dai sindacati, ha mantenuto un’impostazione che continua a prevedere pesanti riduzioni occupazionali. Ed è qui che lo sciopero assume un significato che va oltre la singola vertenza. I lavoratori scioperano per cercare di cambiare una scelta industriale che rischia di trasformare profondamente la presenza di Electrolux in Italia. La domanda non è soltanto quanti posti di lavoro verranno persi. La domanda è quale modello produttivo rimarrà nel nostro Paese.
Se la risposta alla crisi diventa sempre quella di tagliare occupazione, ridurre la capacità produttiva, aumentare la produttività e cercare maggiore redditività attraverso la compressione dei costi, il rischio è di entrare in un circolo vizioso: meno lavoratori, meno produzione, meno competenze, meno filiere e, alla fine, meno industria.
Lo stesso dibattito sindacale sulla vertenza Electrolux ha evidenziato che i problemi di competitività non possono essere scaricati semplicemente sul costo del lavoro. L’azienda ha indicato tra i fattori di difficoltà il costo dell’acciaio e dell’energia, oltre al differenziale del costo del lavoro rispetto ai concorrenti internazionali.
Ma aumentare la produttività non può significare spremere ulteriormente chi lavora. Esiste un limite che non può essere superato: quello della salute, della sicurezza e della dignità.
Ed è proprio qui che Crimini della sicurezza torna a parlare alla vertenza industriale.
Perché se un Paese vuole essere competitivo soltanto aumentando i ritmi, riducendo gli organici e chiedendo sempre di più a chi è rimasto, rischia di confondere produttività con sfruttamento.
Il problema non è produrre di più.
Il problema è capire come si produce, per chi, con quale tecnologia, con quale organizzazione del lavoro e soprattutto con quale idea di futuro.
Landini ha richiamato proprio la necessità di investire. Investimenti pubblici e privati, ricerca, innovazione, digitalizzazione, intelligenza artificiale, energia e infrastrutture devono essere parte di un disegno complessivo. Perché un Paese che non investe rischia di trovarsi a gestire soltanto le crisi quando ormai sono esplose.
Il caso dell’acciaio è emblematico.
La vicenda dell’ex Ilva dimostra cosa può succedere quando una grande filiera industriale strategica rimane senza una prospettiva chiara. Proprio il 4 settembre sono partite le procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori delle imprese dell’indotto di Taranto. Sono 28 le aziende associate ad Aigi coinvolte nelle procedure. E l’8 settembre il governo incontrerà i sindacati a Palazzo Chigi.
Il tempo, dunque, è diventato una variabile decisiva. Landini ha posto la questione in termini molto netti: se l’Italia smette di produrre acciaio, l’acciaio continuerà a essere necessario, ma verrà comprato altrove. Questo significa perdere una parte fondamentale della sovranità industriale e diventare dipendenti da filiere esterne. Non si tratta di difendere il passato a qualsiasi costo. Si tratta di capire se la transizione industriale debba significare chiudere oppure trasformare. L’obiettivo dovrebbe essere produrre acciaio con tecnologie meno inquinanti, attraverso la decarbonizzazione, gli impianti elettrici e il preridotto, costruendo una nuova siderurgia capace di tenere insieme produzione, occupazione, ambiente e salute.
Il tema degli investimenti pubblici è centrale. Nel percorso avviato negli anni scorsi erano state previste risorse importanti per la trasformazione e la decarbonizzazione dell’ex Ilva; una parte delle risorse destinate al progetto del preridotto è stata successivamente rimodulata. Senato. Oggi, mentre il futuro dell’impianto è ancora incerto, le conseguenze della crisi sono già arrivate nell’indotto: oltre 2.500 lavoratori sono coinvolti nelle procedure di licenziamento annunciate il 4 settembre. È esattamente questo il significato della parola “filiera”. Quando cade un grande stabilimento non cade soltanto chi è assunto direttamente, cadono le aziende dell’indotto, i trasporti, i servizi, le manutenzioni, le famiglie e una parte dell’economia del territorio.
La stessa cosa può accadere nel settore degli elettrodomestici.
Electrolux non è soltanto uno stabilimento. È una rete di competenze, fornitori, lavoratori, territori e conoscenze industriali. Se quella rete viene progressivamente impoverita, il rischio è che il Paese perda pezzi della propria capacità produttiva senza accorgersene fino a quando sarà troppo tardi.
E qui emerge il ruolo del governo.
Secondo la visione espressa da Landini, lo Stato non dovrebbe limitarsi a osservare il mercato e intervenire quando arrivano i licenziamenti. Dovrebbe essere parte attiva delle scelte industriali, soprattutto quando sono in gioco multinazionali e settori strategici.
Questo significa anche creare le condizioni perché produrre in Italia sia possibile e conveniente: energia a costi sostenibili, infrastrutture efficienti, ricerca, formazione, innovazione, politiche industriali e filiere nazionali ed europee.
Se l’energia costa troppo, se mancano infrastrutture adeguate, se la ricerca non viene finanziata e se le aziende sono lasciate sole davanti alla concorrenza globale, non si può poi chiedere al lavoratore di pagare il conto attraverso la precarietà o la riduzione dell’occupazione.
Il tema è particolarmente evidente nella competizione con la Cina.
La Cina negli ultimi decenni ha investito massicciamente nelle proprie filiere industriali e nelle tecnologie strategiche. L’Europa, invece, si trova oggi a dover affrontare una concorrenza fortissima proprio mentre cerca di completare la transizione energetica e digitale.
Anche il caso Volkswagen racconta questa trasformazione. La casa automobilistica tedesca ha annunciato un nuovo piano di ristrutturazione, con una forte riduzione dei costi e fino a 50.000 posti di lavoro interessati dai tagli, mentre deve confrontarsi con sovracapacità produttiva e con la crescente pressione dei costruttori cinesi. Reuters
Quello che accade in Germania non rimane però confinato alla Germania.
La filiera automobilistica italiana è profondamente collegata a quella europea e tedesca. Se diminuisce la produzione, se vengono chiusi stabilimenti o se alcuni marchi scompaiono, le conseguenze possono arrivare anche alle imprese italiane che producono componenti.
È la dimostrazione che oggi non basta più ragionare in termini di singola fabbrica.
Bisogna ragionare in termini di sistema. Un sistema industriale che deve essere capace di produrre, innovare e redistribuire ricchezza.
Perché mentre aumentano alcuni profitti finanziari, ha sottolineato Landini, il problema resta quello di salari che non crescono abbastanza e di un mondo del lavoro nel quale aumenta la pressione sui lavoratori.
E allora la politica industriale non può essere separata dalla politica salariale.
Non si può chiedere ai lavoratori di essere più produttivi senza chiedere anche alle imprese di investire.
Non si può parlare di innovazione senza discutere di formazione.
Non si può parlare di intelligenza artificiale senza chiedersi che fine faranno i lavoratori coinvolti dalla trasformazione.
Non si può parlare di transizione energetica senza garantire che le fabbriche italiane possano continuare a produrre. E non si può parlare di competitività sacrificando la sicurezza.
È proprio questo il ponte ideale tra il discorso di Landini e Crimini della sicurezza.
Il libro di Yuleisy Cruz Lezcano racconta cosa succede quando il lavoro perde il suo valore umano. Landini ha parlato di cosa può succedere quando un Paese perde la propria capacità industriale. Sono due facce dello stesso problema. Da una parte il rischio di perdere la vita lavorando. Dall’altra il rischio di perdere il lavoro perché non esiste più una politica industriale capace di difendere e trasformare il sistema produttivo. In entrambi i casi, al centro deve tornare la persona.
