Agosto 1989. Rientravo a casa in treno per una licenza durante il servizio militare che stavo svolgendo a Roma. Ero più eccitato del solito perché portavo con me il doppio live dei Rush Exit… Stage Left, oltre all’extended play di Electric Fling della RAH Band (e qui vi voglio!).
Roma era una miniera d’oro per dischi e CD e durante le mie incursioni in centro facevo incetta di materiale sonoro. Bene, quei due dischi rimasero sulla cappelliera del treno. Me ne accorsi troppo tardi. Persi per sempre. Il primo lo ricomprai facilmente, ma il secondo, a me caro anche per motivi extra musicali, non riuscii più a recuperarlo (a dire il vero, non ci ho mai riprovato…).
Questo è solo il modo per introdurre un album dal vivo che considero tuttora fra i primi venti di sempre.
Il 29 ottobre 1981 usciva Exit… Stage Left, secondo album live ufficiale dei Rush, documentazione straordinaria di una band nel pieno della propria maturità. Geddy Lee, Alex Lifeson e Neil Peart avevano raggiunto un equilibrio quasi impossibile fra complessità compositiva, precisione esecutiva e immediatezza rock. Non erano tre musicisti che si limitavano a riprodurre fedelmente in concerto quello che avevano inciso in studio. Sul palco i brani diventavano organismi più elastici, capaci di respirare e trasformarsi senza perdere la propria struttura.
Le registrazioni provengono da due momenti diversi, i concerti all’Apollo di Glasgow del giugno 1980 e quello al Forum di Montréal del marzo 1981. Il produttore Terry Brown assemblò le esecuzioni selezionate, con l’aiuto di diverse équipe mobili di registrazione. Il risultato è un album costruito con grande attenzione, non una semplice fotografia casuale di un concerto. E Neil Peart ammise candidamente che furono necessari alcuni interventi correttivi in studio. Anche i Rush, insomma, ogni tanto sbagliavano una nota o finivano fuori intonazione. La differenza era saper correggere qualche dettaglio senza cancellare l’energia della performance.
Ascoltare YYZ, che supera i sette minuti, fa capire come il virtuosismo possa essere spettacolare senza diventare un’esibizione fine a se stessa. Oppure lasciarsi accompagnare da Broon’s Bane, breve parentesi acustica composta da Lifeson, che introduce The Trees. Un piccolo, stupendo, intermezzo melodico che dà respiro alla sequenza e prepara il terreno per il brano successivo. Sono dettagli che rivelano quanto fosse curata anche la costruzione dell’album, pensata per l’ascolto e non soltanto per riprodurre la scaletta di un concerto.
Oggi siamo abituati a considerare scontata la perfezione tecnica delle registrazioni dal vivo. Nel 1981, con i limiti e le possibilità della tecnologia di allora, ottenere un suono così definito da un trio che suonava musica tanto articolata era tutt’altro che semplice. Exit… Stage Left fu anche fra i primi album dei Rush a essere masterizzati digitalmente, un passaggio significativo in un periodo in cui l’industria discografica cominciava a prepararsi alla nuova era del CD.
Riascoltandolo, non sento soltanto una band al massimo delle proprie capacità. Sento tre musicisti che conoscono perfettamente il proprio linguaggio e sanno metterlo al servizio della musica, senza rinunciare alla libertà e al rischio del palco.
E poi, naturalmente, per me c’è anche quel treno dell’agosto 1989. Un disco perso per sempre, un altro ritrovato, e un ricordo che ancora oggi accompagna ogni ascolto. A volte un album entra nella nostra storia per quello che contiene. Altre volte anche per quello che ci è successo intorno. Questo, per me, appartiene a entrambe le categorie.
