Il 24 ottobre 1980 usciva Winelight, uno degli album più riusciti di Grover Washington Jr., capace di mettere in dialogo jazz, soul e pop con una naturalezza rara. Riascoltandolo oggi, colpisce soprattutto il modo in cui ogni strumento sembra trovare il proprio spazio senza mai spezzare l’atmosfera. È musica che accompagna, certo, ma che invita anche a fermarsi ad ascoltare, lasciando che siano le sfumature a fare la differenza.
Just the Two of Us, con la voce di Bill Withers, è diventata il simbolo del disco. Ma Winelight è molto più di quel successo. Grover guida il gruppo con il suo sax, alternando calore e leggerezza, mentre una formazione eccezionale costruisce intorno a lui un suono pieno di dettagli. Al basso c’è Marcus Miller, alla batteria Steve Gadd, alla chitarra Eric Gale. Ralph MacDonald, percussionista e coproduttore insieme a Washington, contribuisce a tenere insieme tutto con un groove discreto e irresistibile.
C’è un piccolo episodio che racconta bene l’intesa tra questi musicisti. Marcus Miller era ancora un ragazzo quando cominciò a suonare con Washington. Anni prima, nella sua camera, si esercitava accompagnando i dischi del sassofonista. Poi, durante una sessione in studio, inserì un breve fraseggio di basso mentre Grover stava improvvisando. Washington lo ascoltò e riprese quella stessa idea nel suo assolo. Miller raccontò che fu in quel momento che capì davvero di non stare più suonando da solo sopra un disco: la musica, questa volta, gli stava rispondendo. È un’immagine bellissima di ciò che può accadere quando l’ascolto reciproco conta quanto il talento.
Registrato a New York nell’estate del 1980, Winelight contiene anche Let It Flow (For “Dr. J”), dedicata alla stella del basket Julius Erving. Nel 1982 arrivò il Grammy per la miglior performance jazz fusion, mentre Just the Two of Us conquistava il pubblico internazionale. Il successo contribuì anche a rendere il sax soprano e tenore una presenza familiare nelle radio generaliste, senza costringere Washington ad abbandonare le sue radici jazz.
Ma il valore del disco non si misura soltanto nei premi o nelle classifiche. Si sente nei brani strumentali, nei dialoghi tra sax e sezione ritmica, nella capacità di essere raffinato senza diventare distante. Ogni arrangiamento lascia respirare la melodia e ogni intervento sembra arrivare nel momento giusto. Non c’è bisogno di esibire la tecnica, perché la tecnica è già al servizio dell’emozione.
E forse è proprio questo che continua a renderlo speciale. Winelight non cerca di stupire a ogni costo, ma lascia spazio ai musicisti e a chi ascolta. È uno di quei dischi che possono accompagnare una serata, un viaggio o un ricordo personale, e che ogni volta sembrano restituire qualcosa di diverso.
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