Problemi e opportunità nel convegno “È tutto un altro lavoro”, promosso il 30 giugno a Treviso da Confartigianato Imprese Marca Trevigiana e mandamentale di Treviso
Alla ricerca di qualità, flessibilità, creatività, stimolo alla crescita e alla carriera, relazioni umane oltre che professionali, si aggiunge la velocità con cui la Gen Z cambia posto di lavoro: in media ogni tre-quattro anni
I presidenti Armando Sartori e Flavio Romanello: «Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è importante. Nelle imprese trevigiane sono previste 3.940 entrate di lavoratori, di questi il 35,7% sono giovani»
La rivoluzione silenziosa dei giovani cambia il mondo del lavoro. Alla ricerca di qualità, flessibilità, creatività, stimolo alla crescita e alla carriera, relazioni umane oltre che professionali, si aggiunge la velocità con cui la Gen Z cambia posto di lavoro: in media ogni tre-quattro anni.
Questi temi hanno animato il dibattito nell’incontro “È tutto un altro lavoro”, promosso il 30 giugno a Treviso da Confartigianato Imprese Marca Trevigiana e mandamentale di Treviso, attorno al libro “Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono”, scritto da Daniele Marini, docente di sociologia dei processi economici all’Università di Padova.
«Le aspettative dei giovani sono radicalmente diverse», ha spiegato Daniele Marini, «l’uso degli strumenti digitali cambia gli schemi cognitivi con cui guardano il mondo e accelerano le loro aspettative. Non c’è più l’idea della “gavetta”, i giovani vogliono bruciare le tappe. Soprattutto sono in costante ricerca di nuovi stimoli, per questo cambiano spesso lavoro, anche se si trovano bene. Il potere è in mano alle giovani generazioni, sono loro a scegliere l’azienda».
Nella ricerca di un lavoro i giovani cercano la qualità, il percorso di carriera o comunque di crescita professionale, la dimensione creativa e stimolante, persino l’estetica dell’azienda. Vanno alla ricerca di un’impresa come comunità, dove contano le relazioni umane, i valori aziendali e il rapporto tra vita e lavoro. Infine, scelte più strumentali, come la vicinanza a casa, la flessibilità degli orari che garantisca l’autonoma gestione del proprio tempo.
«Questa sfida interpella in modo particolare il mondo dell’artigianato», hanno sottolineato Armando Sartori e Flavio Romanello , presidenti Confartigianato Imprese Marca Trevigiana e Treviso. «Treviso è al 14° posto per capacità di attrarre, trattenere e sostenere le nuove generazioni, secondo l’Indice Confartigianato dei Territori Youth Friendly 2025. Ma il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è importante. A giugno 2026 nelle imprese trevigiane sono previste 3.940 entrate di lavoratori, di questi il 35,7% sono giovani».
«Occorre raccontare il valore dell’artigiano rispetto alla grande impresa», ha rilanciato Francesca Gazzola, psicologa d’impresa. «Quando cercano un lavoro, i giovani vanno sui social e si affidano anche al passaparola. Vogliono capire come si sta in quell’azienda. Per questo è necessario imparare a raccontare la vita aziendale, oltre a ciò che fa l’azienda. Occorre essere autentici, aperti al dialogo senza giudizi e pregiudizi e all’ascolto. Cercano la crescita orizzontale, cioè la varietà delle conoscenze da imparare, e la possibilità di carriera. Per questo cambiano spesso lavoro e questo è un problema per gli imprenditori: l’ho fatto crescere e se ne va».
«Abbiamo avuto difficoltà anche parlando la stessa lingua generazionale», ha ammesso Gabriele Vazzoler, titolare e terza generazione dell’omonima bottega di ferro battuto e presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato. «Abbiamo difficoltà di comunicazione, quindi abbiamo abbassato le pretese e ci siamo messi in ascolto. Una delle differenze principali è stata l’aspettativa di crescita: i giovani pensano velocemente di creare la propria azienda. Ma il ferro battuto non è un lavoro veloce e non si può fare in smart working. Il suo valore sta nel prodotto fatto a mano che richiede competenze ed esperienza».
«Gli adulti non sono in grado di cogliere i segnali deboli che arrivano dai giovani», ha rimarcato il professor Marini. «La Gen Z ha un approccio al lavoro completamente diverso e questa aspettativa non è esplicitata, ma è nelle cose. Occorre tornare a educare al lavoro e ai valori. Una serie di valori legati al lavoro erano acquisiti, ma oggi non lo sono più».
«I colloqui di lavoro sono ormai colloqui d’identità per presentare l’azienda e il suo valore. È sempre più necessario presentarsi in maniera interessante e accattivante. C’è una maggiore ricerca di felicità, non più pane e sacrificio. Servono piani di crescita, basati su un dialogo costante, per capire i campi d’interesse. Se la risposta arriva in ritardo, i giovani cercano altro e se ne vanno».
Sullo scenario incombono il calo della natalità, il transito dei baby boomers verso fasce di età più anziane e quindi lo squilibrio quantitativo tra i giovani che entrano nel mercato del lavoro e i lavoratori che ne stanno uscendo. Secondo un’elaborazione di Veneto Lavoro, per mantenere in equilibrio l’attuale mercato dell’occupazione di circa 2,2 milioni di occupati, serviranno almeno 189 mila nuovi lavoratori, 109 mila tra i 15-64 anni, più 80 mila over 64 anni.
«Ha senso investire su un giovane?», si è chiesto il professor Marini. «Sì, perché porterà un buon ricordo dell’azienda e ne rafforzerà la reputazione. Ma attenzione, le generazioni cambiano molto rapidamente. La normalità è il cambiamento».
