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IL PREZZO DI LAVORARE PIÙ A LUNGO: VITTIME, RISCHI E DIGNITÀ

DiYuleisy Cruz Lezcano

Set 10, 2026

Il rischio sul lavoro non riguarda soltanto chi indossa una tuta, sale su un camion, guida un trattore o entra in un cantiere. Quando qualcosa va storto, le conseguenze possono coinvolgere molte altre persone. Un camionista può perdere il controllo del mezzo e mettere in pericolo gli automobilisti che viaggiano sulla stessa strada. Un operaio che utilizza un macchinario può coinvolgere i colleghi che lavorano accanto a lui. Un agricoltore alla guida di un trattore può mettere a rischio familiari o altri lavoratori presenti nei campi. La sicurezza del singolo diventa quindi sicurezza degli altri. È una realtà che emerge con particolare forza osservando le vittime degli infortuni gravi e mortali. Dietro ogni incidente ci sono spesso condizioni che vanno oltre il comportamento della singola persona: organizzazione del lavoro, formazione, manutenzione dei mezzi, pressione sui tempi, condizioni ambientali, procedure non rispettate o semplicemente assenti. Ridurre tutto alla frase «bisogna stare più attenti» significa ignorare la complessità del problema.

Molti di questi meccanismi sono raccontati e analizzati anche nel mio libro Crimini della sicurezza, dove il tema centrale è proprio la necessità di guardare alla sicurezza come a una responsabilità collettiva. Un incidente non nasce sempre da un singolo errore. Può essere il risultato finale di una serie di decisioni, omissioni e situazioni di rischio che si accumulano nel tempo. Questo ragionamento diventa ancora più importante quando si parla di età. Non si può sostenere che dopo i 65 anni una persona sia automaticamente incapace di lavorare. Sarebbe una semplificazione e una discriminazione. Ma è altrettanto sbagliato fingere che lavorare a 30, 50 o 70 anni significhi affrontare le stesse condizioni fisiche e gli stessi rischi. Con l’età possono cambiare i tempi di reazione, la resistenza alla fatica, l’equilibrio, la vista e la capacità di recupero dopo un infortunio. Allo stesso tempo, però, un lavoratore anziano può possedere esperienza, conoscenza dei pericoli e capacità di prevenire situazioni rischiose che un lavoratore più giovane non ha ancora maturato. Per questo la domanda non dovrebbe essere semplicemente «fino a quale età si può lavorare?». La domanda dovrebbe essere: «quale lavoro può essere svolto in sicurezza a quella determinata età?».

Se una società decide di allungare la vita lavorativa, deve avere il coraggio di ripensare anche l’organizzazione del lavoro. Non si può chiedere a una persona di rimanere occupata più a lungo e contemporaneamente pretendere che svolga fino alla fine le stesse mansioni fisicamente pesanti e pericolose. Un conto è lavorare in un ambiente nel quale è possibile modificare ritmi, pause e carichi. Un altro è salire su un ponteggio, guidare un mezzo pesante, lavorare nei campi sotto il sole, utilizzare macchinari pericolosi o operare da soli.

E qui entra in gioco anche la pensione. Se smettere di lavorare significa precipitare nella difficoltà economica, la libertà di scegliere diventa molto più debole. Una pensione insufficiente, il costo crescente della vita, le spese per le cure e la difficoltà di accedere rapidamente a visite ed esami possono spingere alcune persone a continuare a lavorare anche quando sarebbe necessario rallentare o fermarsi. Il problema, dunque, non è soltanto previdenziale. È anche una questione di sicurezza e di dignità.

Le vittime degli infortuni sul lavoro ci ricordano che dietro le statistiche ci sono persone. Ci sono famiglie che aspettano un ritorno a casa che non avverrà più, figli che ricevono una telefonata, colleghi che assistono a una tragedia. Per questo la sicurezza non può essere affidata esclusivamente alla prudenza del lavoratore. Deve essere progettata, organizzata e finanziata. Un sistema davvero moderno dovrebbe riuscire ad adattare il lavoro alle persone, soprattutto quando cambiano età, capacità e condizioni fisiche.

Di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano è poetessa, scrittrice, traduttrice e attivista per i diritti sociali, nata a Cuba e residente in provincia di Bologna. Autrice di diciotto libri, alcuni in edizione bilingue, la sua scrittura attraversa i temi del translinguismo, della migrazione, della memoria diasporica e dei diritti umani. Collabora con numerose testate giornalistiche e riviste culturali italiane, spagnole e latinoamericane, occupandosi di letteratura, cultura, traduzione e impegno civile. Finalista e vincitrice di importanti premi letterari nazionali e internazionali, affianca all’attività letteraria progetti educativi e iniziative contro la violenza e le disuguaglianze sociali.