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La lettura di Floriano Romboli per “Il volto e gli sguardi” di Enzo Concardi

DiRedazione

Giu 18, 2026

Amore per la natura e via della salvezza

nella raccolta poetica “Il volto e gli sguardi” di Enzo Concardi

C’è un passo nel recente libro di Enzo Concardi La mente e i luoghi. Montagne, viaggi, avventure (Guido Miano Editore, Milano 2022), che può costituire il punto d’avvio per un tentativo di analisi del volume di versi che il medesimo pubblica in questi giorni presso la stessa Casa editrice: «La montagna da vivere è un caleidoscopio di emozioni, scoperte, incanti, stupori, conoscenze, passioni, ideali, incontri che ci cambiano» (p.29). Nei testi lirici raccolti sotto il titolo Il volto e gli sguardi, estensivamente, l’attenzione assidua e partecipe del poeta si rivolge alla vita intera della natura, esprimendosi in un commosso, felice descrittivismo attratto altresì dai tanti aspetti cromatici della realtà: «Cristalli d’eterno sono già nelle nostre vite/ centellinati negli atomi variopinti del cosmo:/ rosso papavero, bianco ermellino/ azzurro cielo d’occhi penetranti/ grigio perla di fumose cappe cittadine/ olivastro di volti da lontano» (Mosaici metafisici); «Argentati silenzi gridano nell’anima./ Rocciosi volti severi m’hanno visitato… Appaiono spiriti d’alberi coriacei/ se sereno scruto tenere betulle (…) Fine pietrisco e sabbie iridescenti/incantano curiosi e pensosi viandanti/ se alambicchi di granito distillano cristalli./ Gemme lacustri verde petrolio e smeraldo/ elevano madrigali a fredde lune mattutine (…) Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano» (Terre selvagge, corsivi miei, come sempre in seguito).

La mia duplice sottolineatura nella seconda citazione vale l’indicazione dei momenti primarî della dialettica del vivere; ovunque si individuano “volti”, segni significativi della presenza inconfondibile delle creature, mentre negli “sguardi” vibra l’ansia interrogativa di uno spirito vigile, soprattutto umano, la cui tensione critica è posta talora in risalto dalla rima: «Assetate menti e febbrili passioni in ogni luogo/ si destano al sacro fuoco del sapere e avide/ profondamente bevono da eterni calici./ L’occhio lucido della mente prende a calci/ monotoni affanni quotidiani e se ne va/ acuto alla ricerca di aurifere vene/ dove s’inverano essere e anime serene» (Notti febbrili).

A un autore cólto e pensoso come Concardi l’intima contraddittorietà dell’uomo, in cui la meschinità morale e l’inconsistenza della polvere si uniscono alle enormi potenzialità insite nell’anima razionale desiderosa di “infinito”, suggerisce il richiamo della famosa immagine della “canna pensante” cara a Blaise Pascal: «Nell’umana avventura altissime canne pensanti/ creano mutazioni esistenziali verso altri futuri» (Eterni ritorni); «Se il sonno della ragione genera mostri/ questi invisibili vivono dentro di noi./ Se l’uomo è canna pensante/ oggi è analfabeta seriale del pensiero» (Cogito ergo sum).

Risulta pertanto indispensabile una meditata finalizzazione etico-intellettuale della sua ricerca, occorre assicurare un ubi consistam spirituale al percorso esistenziale, allo scopo di dare una prospettiva di equilibrio e di salvezza alla vicenda incerta e faticosa di ognuno, sul fondamento della sintesi di sapienza e amore: «Uomini che amate e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti» (Sapere e amare).

L’annuncio del Cristo, la fede ferma nella sua Parola appaiono allo scrittore milanese il riferimento decisivo e imprescindibile: «Era venuto da lontano dopo il deserto/ ed era apparso subito diverso,/ la sua Parola turbò i potenti/ diede speranza a semplici ed assetati/ poiché in Lui l’umano era anche divino» (Ironico sogghigno). Contemplare il suo “volto” («Se ignoto e mistero ci spaventano/ un volto illuminerà i nostri destini», Cogito ergo sum, cit.) vuol dire accogliere il grande modello antropologico da esso incarnato e proposto nell’Evangelo e al quale il poeta dedica il bellissimo componimento incipitario Ecce Homo.

In tale lirica – il cui titolo non certo casualmente viene ripreso nel contesto dell’ultima poesia della silloge (ֿ«Solo con il grido “Ecce Homo!” potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi», Il volto e gli sguardi) – egli opera un suggestivo, davvero interessante apparentamento fra il suo discorso artistico-letterario e varî capolavori della storia della pittura incentrati sulla medesima, grande sofferenza del Redentore, che si fece carico dei peccati del mondo. Il suo accurato lavoro ecfrastico è un omaggio convinto alla figura del Dio-uomo e una sincera celebrazione del suo sacrificio.

Floriano Romboli

E. Concardi, Il volto e gli sguardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, prefazione di G. Veschi, pp. 106

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