La Giornata dell’Europa, nata per celebrare pace, solidarietà e diritti comuni tra i popoli del continente, l’Italia l’ha attraversata nel modo più tragico possibile: con nove morti sul lavoro in un solo giorno. Sabato 9 maggio 2026 è diventato il giorno più nero dell’anno per le vittime del lavoro, quasi a trasformare una ricorrenza dedicata alla dignità umana in una drammatica fotografia delle fragilità sociali del Paese.
Mentre nelle istituzioni europee si ricordava il valore della cooperazione tra Stati, il diritto alla sicurezza e la tutela della persona, nelle campagne, nei cantieri e nelle fabbriche italiane si consumava una nuova strage silenziosa. Nove lavoratori hanno perso la vita in poche ore. Cinque erano immigrati africani. Sei lavoravano nel settore agricolo, uno dei comparti più esposti allo sfruttamento, al lavoro nero e alla precarietà.
Il Veneto ha pagato il prezzo più alto. A Chioggia, lungo l’idrovia Sant’Anna, un van carico di braccianti è finito in un canale all’alba, mentre il gruppo si dirigeva verso i campi per la raccolta del radicchio. Sono morti annegati Gari Abdelghani, 32 anni, Saifi Larbi, 35 anni, e Mazi Yassin, 28 anni, tutti marocchini residenti a Cavanella Po, nel Rodigino. Intrappolati nella parte anteriore del mezzo, non sono riusciti a salvarsi. Altri sei lavoratori sono usciti dai finestrini posteriori infranti e hanno raggiunto la riva da soli. Una tragedia che riporta ancora una volta al centro il tema dei trasporti irregolari dei braccianti e della sicurezza nei trasferimenti verso i luoghi di lavoro. Per trasportare lavoratori servono mezzi autorizzati e conducenti qualificati con certificazione CQC, norme spesso ignorate nelle campagne italiane.
A Paola, in Calabria, un ragazzo senegalese di appena 23 anni, identificato con le iniziali D.E.H.M., è morto schiacciato da una colonna di cemento mentre lavorava in nero all’allestimento di uno stabilimento balneare per la stagione estiva. Stava trainando una piattaforma per le docce quando il cavo si è spezzato. Era ospite di un centro di accoglienza. La sua morte racconta ancora una volta il volto più duro della precarietà: immigrati invisibili, impiegati senza tutele, senza contratti, senza sicurezza.
A Brembate di Sopra, nel Bergamasco, il ventottenne ghanese Boateng Bright Kwadjo Agyekum è morto colpito da un malore poco prima dell’inizio del turno alla Ppm. Anche in questo caso, una giovane vita spezzata nel mondo del lavoro.
Il bilancio complessivo del 2026 sale così a 389 morti, ventisette in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Solo nel mese di maggio le vittime sono già 34: 21 sul lavoro e 13 in itinere, con una media di 3,8 morti al giorno. I dati sono diffusi dalla pagina Facebook “Morti di lavoro”, seguita dal giornalista Piero Santonastaso, che quotidianamente documenta una tragedia spesso confinata nelle cronache locali ma che ormai assume i contorni di una vera emergenza nazionale.
La coincidenza con il 9 maggio rende tutto ancora più simbolico. Proprio il 9 maggio 1950 Robert Schuman pronunciava la dichiarazione che avrebbe dato origine al progetto europeo: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Una solidarietà che oggi dovrebbe tradursi anche nella difesa concreta della vita dei lavoratori.
L’Europa nacque dalle macerie della guerra per garantire pace, libertà e democrazia. Eppure nel cuore del continente continuano a morire ogni anno migliaia di persone sul lavoro. Secondo i dati Eurostat, nell’Unione Europea si registrano oltre 3.200 morti lavorative all’anno, circa nove al giorno. Dietro quei numeri ci sono uomini e donne che escono di casa per lavorare e non tornano più.
Il 9 maggio è anche una data profondamente segnata nella memoria italiana. Nel 1978 venivano assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato, due figure diversissime unite dalla violenza del terrorismo e della criminalità. Oggi quella giornata è dedicata alla memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi. E forse non appare fuori luogo accostare a quella memoria anche le vittime del lavoro: morti spesso evitabili, generate da irregolarità, omissioni, sfruttamento, mancanza di controlli e cultura della sicurezza insufficiente.
In un tempo attraversato da guerre, nazionalismi e nuove divisioni, il progetto europeo continua a chiedere responsabilità comuni. Difendere il lavoro significa difendere la democrazia stessa. Legalità, sicurezza, formazione e controlli non possono essere considerati costi da ridurre ma diritti fondamentali. Perché un Paese che si abitua a contare i morti sul lavoro come una statistica quotidiana rischia di smarrire il significato più profondo dell’Europa che dice di voler celebrare.
“Credete nell’Europa e impegnatevi a migliorarla. Perché se non lo farete voi, ci penserà qualcun altro al vostro posto.” Una frase che oggi suona come un monito. Migliorare l’Europa significa anche impedire che il lavoro continui a trasformarsi in condanna.
