La morte di una giovane allieva di 22 anni nella Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza di Coppito, all’Aquila, non può essere ridotta a una semplice notizia di cronaca. Una ragazza entrata in un percorso formativo dello Stato non c’è più, e insieme al dolore della famiglia cresce una domanda che non può essere ignorata: cosa succede dentro i luoghi dove vengono formati coloro che un giorno avranno il potere di controllare, sanzionare e intervenire sulla vita dei cittadini?
La giovane è morta dopo essere precipitata dalla finestra della sua stanza nella struttura della scuola. La magistratura sta indagando per ricostruire ogni dettaglio della vicenda. Questa tragedia però, arriva in un contesto già segnato da interrogativi.
La senatrice Ilaria Cucchi ha denunciato pubblicamente di aver ricevuto segnalazioni da allievi ed ex allievi della Scuola di Coppito attraverso il Sindacato Finanzieri Democratici. Secondo quanto riferito dalla parlamentare, le testimonianze descriverebbero un ambiente caratterizzato da una pressione psicologica estrema: presunte vessazioni, privazione del sonno, pratiche umilianti, restrizioni nella gestione dei bisogni personali e un modello disciplinare vissuto da alcuni come oppressivo.
Sono state riportate anche le parole di un’allieva che avrebbe parlato di «regole da campo di concentramento», descrivendo un clima nel quale, secondo il suo racconto, sarebbero esistite limitazioni anche nei rapporti quotidiani tra compagni e nella possibilità di gestire esigenze fisiche personali durante le attività.
Sono testimonianze che devono essere accertate, ma non possono essere liquidate come semplici lamentele. Quando più persone raccontano una situazione di sofferenza all’interno di un sistema chiuso e gerarchico, la prima risposta di uno Stato democratico dovrebbe essere l’ascolto e la verifica.
Perché le interrogazioni non hanno avuto risposte?
È questo uno dei punti sollevati da Ilaria Cucchi. La senatrice ha dichiarato di aver presentato interrogazioni parlamentari chiedendo chiarimenti sulle condizioni degli allievi, sui sistemi di controllo, sulle sanzioni disciplinari e sugli eventuali abbandoni del percorso formativo.
La domanda politica è semplice: se quelle segnalazioni erano arrivate, perché non si è acceso prima un faro?
Non significa stabilire automaticamente responsabilità per ciò che è accaduto alla giovane allieva. Significa chiedere se gli strumenti di prevenzione e controllo funzionino davvero. Un sistema può fallire anche senza una singola persona responsabile: può fallire quando la sofferenza viene normalizzata, quando chi denuncia viene percepito come un problema, quando la gerarchia diventa più importante dell’ascolto.
Il nonnismo non è una semplice “tradizione”. È un fenomeno studiato da psicologi e sociologi in diversi contesti caratterizzati da forti gerarchie. Il meccanismo è conosciuto: chi arriva viene sottoposto a prove e pressioni da chi è già inserito nel gruppo; ciò viene giustificato come un modo per creare appartenenza e temprare il carattere.
Quando l’umiliazione diventa metodo educativo, quando la paura sostituisce il rispetto, quando la sofferenza viene considerata una prova necessaria per essere accettati, il gruppo non forma persone più forti: rischia di produrre persone abituate a obbedire senza interrogarsi. Ed è qui che nasce il problema più grande per un’istituzione che deve formare rappresentanti dello Stato.
Una forza dell’ordine democratica non può basarsi sulla logica del “si è sempre fatto così”. Chi indossa una divisa deve essere formato al rispetto delle regole, ma anche al rispetto delle persone.
La storia insegna che gli ambienti chiusi e fortemente gerarchici hanno bisogno di controlli ancora più forti. Non perché siano necessariamente luoghi di abuso, ma perché il potere senza trasparenza può generare distorsioni.
Il vero test di un’istituzione non è dimostrare di essere perfetta. È dimostrare di saper riconoscere gli errori, ascoltare chi denuncia e correggere ciò che non funziona. Se le segnalazioni ricevute da Cucchi saranno confermate, bisognerà capire perché non siano state affrontate con la necessaria attenzione. Se invece non troveranno riscontro, sarà comunque necessario spiegare come siano nate e perché abbiano trovato spazio.
Bisogna spostare l’attenzione verso il lato umano. Dietro ogni discussione resta una realtà drammatica: una famiglia ha perso una figlia.Per i familiari non esistono analisi politiche o istituzionali. Esiste soltanto una domanda: poteva essere fatto qualcosa?
A questa domanda dovranno rispondere le indagini. Ma c’è un’altra domanda che riguarda tutti: uno Stato che forma persone chiamate a proteggere i cittadini riesce davvero a proteggere i propri giovani quando entrano nelle sue strutture?
La risposta dovrà arrivare non attraverso difese d’ufficio o silenzi, ma attraverso trasparenza, verifiche e responsabilità.
