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Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone, prime anticipazioni: Douglas Fairbanks, John Ford, Weimar senza censure

DiRedazione

Ago 2, 2026

LE GIORNATE DEL CINEMA MUTO – 45EDIZIONE

LE PRIME ANTICIPAZIONI

APRE IL FESTIVAL DOUGLAS FAIRBANKS IN DON Q SON OF ZORRO

IN CHIUSURA IL CAPOLAVORO WESTERN THE IRON HORSE DI JOHN FORD

“WEIMAR SENZA CENSURE: TABÙ E TRASGRESSIONI NEL CINEMA TEDESCO DEL 1919-1920” È LA RASSEGNA PRINCIPALE

IN PRIMA MONDIALE L’ARZIGOGOLO RESTAURATO

PER LA RETROSPETTIVA DEDICATA A ITALIA ALMIRANTE MANZINI

Dal 3 al 10 ottobre al Teatro Verdi di Pordenone

La 45a edizione delle Giornate del Cinema Muto, diretta da Jay Weissberg, si aprirà ufficialmente, dopo la tradizionale anteprima al Teatro Zancanaro di Sacile, sabato 3 ottobre al Teatro Verdi di Pordenone con Don Q Son of Zorro (Don X, il figlio di Zorro), vigoroso film di cappa e spada diretto da Donald Crisp e interpretato da Douglas Fairbanks. Quando uscì, nel 1925, la rivista La settima arte lo esaltò come il capolavoro di Fairbanks: «Nell’aristocrazia dei films, Don X è il re», si legge nella recensione pubblicata nel numero di dicembre. Il film arriva fresco di restauro dal Danske Filminstitut di Copenaghen e sarà accompagnato dalla nuova partitura del compositore sloveno Andrej Goričar, ormai una presenza stabile alle Giornate,che dirigerà la RTV Slovenia Symphony Orchestra.

Dopo la presentazione del 1998, nell’ultima edizione del festival al vecchio Teatro Verdi, torna per la serata di chiusura di sabato 10 ottobre e la replica di domenica 11 uno dei più grandi western dell’epoca muta, The Iron Horse (Cavallo d’acciaio) di John Ford, del 1924. Il film consacrò definitivamente il regista, allora trentenne, ed elevò al rango di star l’attore protagonista George O’Brien, già stella in ascesa in The Man Who Came Back (La rinascita), prodotto poco prima, presentato con successo alle Giornate lo scorso anno. Ricco di azione e di paesaggi spettacolari, in cui non mancano siparietti comici e una storia d’amore, The Iron Horse mette al centro l’epica impresa della costruzione della prima linea ferroviaria transcontinentale americana, da Omaha, nel Nebraska, a Sacramento, in California, realizzata tra il 1863 e il 1869 e che di fatto sostituì la vecchia pista carovaniera. Il film sarà presentato nella magnifica copia in pellicola 35mm della Photoplay di Londra con la partitura di John Lanchbery eseguita dall’Orchestra da Camera di Pordenone diretta dal Maestro Ben Palmer.

Le parole chiave della 45a edizione delle Giornate del Cinema Muto sono quelle racchiuse nel titolo della retrospettiva principale, che proseguirà anche nel 2027: “Weimar senza censure: Tabù e trasgressioni nel cinema tedesco del 1919-1920”, a cura degli studiosi Tony Kaes e Michael Cowan. Nei primi anni, segnati dalla precarietà, della nascente Repubblica tedesca, la censura era praticamente inesistente e si assisté al dilagare di film incentrati su temi quali lussuria, prostituzione e dipendenza da droghe, che divennero talmente prevalenti da suscitare una levata di scudi da parte dei sedicenti custodi della moralità. La reazione culminò nella pubblicazione, nell’estate del 1919 sui quotidiani tedeschi di ogni orientamento politico, dell’articolo “Der sexuelle Film”, in cui si elencavano i titoli più scabrosi biasimandone l’effetto sulla morale pubblica.

Molti di questi film erano realizzati da case di produzione minori e sono caduti nell’oblio, eppure sono un’importante testimonianza di un periodo tumultuoso della Germania, quando la devastazione seguita alla prima guerra mondiale portò a uno scontro tra la permissività sfrenata – si pensi a Cabaret e alla vita notturna berlinese degli anni ’20 – e le crescenti forze repressive.  Il film che meglio rappresenta la situazione è Heddas Rache (1919) di Jaap Speyer, noto anche come “Die Tochter der Prostituierten” (La figlia della prostituta), che dell’elenco apparso nell’articolo di cui sopra sembra essere l’unico sopravvissuto. Le proiezioni di Heddas Rache furono interrotte da milizie armate che irrompevano nelle sale per impedirne la visione, un fatto che non viene menzionato nei libri di storia e che tuttavia costituisce un agghiacciante presagio di ciò che sarebbe accaduto in seguito. La rassegna include anche Pest in Florenz (1919) di Otto Rippert, scritto da Fritz Lang, in cui la Firenze rinascimentale è stata meticolosamente ricostruita in uno studio tedesco per fare da sfondo a una storia decadente in cui la lussuria diventa il catalizzatore della peste nera.

La seconda parte della retrospettiva dedicata alla diva Italia Almirante Manzini promette nuove rivelazioni e uno dei titoli più importanti è L’arzigogolo (1924) di Mario Almirante, sontuoso dramma di ambientazione rinascimentale ampiamente celebrato dalla stampa dell’epoca. Dopo averne rintracciato una copia in bianco e nero a San Paolo, in Brasile, la Cineteca del Friuli ha individuato in un fondo di pellicole da poco acquisito una bellissima, ancorché incompleta, copia nitrato. A seguito della scoperta, il Museo Nazionale del Cinema di Torino ela Cineteca del Friuli, in collaborazione con la Cinemateca Brasileira di San Paolo, hanno avviato il restauro del film, che sarà presentato in prima mondiale alle Giornate.

L’Italia sarà protagonista anche nel nuovo capitolo della serie dedicata alle regioni, che quest’anno si concentra sul Lazio e la Città del Vaticano.

Le Giornate del Cinema Muto sono realizzate grazie al sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, del Comune di Pordenone, della Camera di Commercio Pordenone-Udine, della Fondazione Friuli e con la partecipazione di BCC Pordenonese e Monsile.

In copertina: ARZIGOGOLO

L’Arzigogolo (Mario Almirante, IT, 1924)

Italia Almirante Manzini (fotogramma)

Credit: La Cineteca del Friuli, Gemona

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