• Mer. Giu 10th, 2026

Voce del NordEst

online 24/7

SUL FILO DEL LYSEFJORD

DiLuigi Ferraro

Giu 10, 2026

Un trekking tra le rocce più spettacolari della Norvegia, sospeso tra il Kjeragbolten e il Preikestolen

Il Grande Nord non è semplicemente una meta; è la mia passione, un richiamo viscerale. Sono innamorato di quegli spazi sconfinati dove l’orizzonte si perde nel nulla e la natura detta ancora, sovrana, le sue regole. Cerco i luoghi dell’estremo e, sognando le lunghe notti luminose che lambiscono il Circolo Polare, mi sono ritrovato qui, nel Rogaland: pronto a sfidare le fatiche di un lungo e selvaggio trekking attorno al Lysefjord, uno dei fiordi più spettacolari del pianeta.

​Zaino in spalla, cuore aperto e lo sguardo rivolto al vuoto.

​​Dopo una giornata infinita passata a rincorrere coincidenze, valigie e ore di attesa negli aeroporti d’Europa, atterro finalmente a Stavanger. Al mattino l’aria è frizzante, di quell’intensità che solo la Norvegia sa regalare, perfetta per caricarsi i dieci chili di zaino sulle spalle e iniziare a marciare.

​Il mio viaggio a piedi inizia attraversando zone rurali di una bellezza idilliaca, puntando verso il molo di Lauvvik, a circa 30 chilometri di distanza. Quando ci arrivo sono le undici di sera: il sole è già calato sotto l’orizzonte, ma il cielo è pervaso dal crepuscolo bianco dell’estate nordica, che irradia una luce surreale tra le dense nuvole. Pianto la tenda in una zona defilata vicino al molo, aspettando il traghetto per Forsand.

​Guardare Forsand dall’acqua è un’esperienza che supera l’immaginazione: sembra un quadro dipinto. Ma è quando lo sguardo si sposta verso l’imboccatura del Lysefjord che il cuore manca un battito. Le montagne cadono a picco nell’acqua con una maestosità che intimorisce. L’adrenalina sale: so cosa mi aspetta nei prossimi giorni, e non vedo l’ora di immergermi in questa wilderness totale.

​​Ci vogliono due giorni di marcia incessante per raggiungere il Kjeragbolten. Due giorni fatti di pendenze verticali, dislivelli spezza-gambe e sentieri di roccia nuda che mettono a dura prova ogni singolo muscolo e tutta la mia preparazione fisica. La fatica è reale, morde le gambe, ma la ricompensa è un’icona della geologia mondiale.

​Il Kjeragbolten è un enorme masso cuneiforme di 5 metri cubi, incastrato dalla notte dei tempi circa 50.000 anni fa tra due pareti rocciose della catena del Kjerag. La differenza, però, la fa il sotto: il vuoto. Quasi 1.000 metri di abisso verticale sopra le acque blu del Lysefjord.

​Vedo escursionisti temerari sfidare le vertigini e il terrore del vuoto pur di scattare una foto su quel baluardo sospeso. Questa notte decido di accamparmi quassù, prima di scendere l’indomani verso Lysebotn, il villaggio che chiude il fiordo. Pianto la tenda al riparo di una roccia per proteggermi dal vento gelido che sale dal canyon. Davanti a me, un panorama stupendo che cancella ogni grammo di stanchezza.

​​La tregua dura poco. Da Lysebotn mi servono altri giorni di cammino durissimo per risalire il lato nord del fiordo e guadagnarmi la vista del Preikestolen, il celebre Pulpit Rock. Lo sforzo fisico è devastante, ma quando la sagoma della roccia si staglia all’orizzonte, capisco che ogni goccia di sudore è valsa la pena. Erano anni che aspettavo questo momento.

​Lo ammetto senza filtri: a guardarlo, fa paura. Fa letteralmente “farsela sotto”. Risalgo le ultime propaggini con un ultimo sforzo e, finalmente, metto i piedi sulla terrazza panoramica più incredibile del mondo, come l’ha definita Lonely Planet.

​Affacciarsi da quel colosso di pietra, sospeso a 604 metri sul livello del mare, significa guardare in faccia la magnificenza del pianeta Terra. Il Lysefjord si snoda sotto di me come un serpente d’argento stretto tra giganti di granito. Resto immobile, in silenzio, a respirare quel momento.

​​La discesa verso il Preikestolen Base Camp segna la fine del trekking. Lì mi concedo finalmente una colazione degna di questo nome prima di salire sull’autobus che mi riporta a Stavanger. Passerò un paio di giorni a ricaricare le energie tra le stradine caratteristiche della cittadina e la splendida costa che la circonda, godendomi gli ultimi scampoli di questa terra magica.

​Il viaggio di ritorno si preannuncia come un’altra piccola odissea, resa ancora più complessa dall’attuale, pesante momento geopolitico globale. Mi aspettano ben tre scali: Bergen, Francoforte e infine Trieste. Incrocio le dita, ma in fondo non mi spaventa: anche l’imprevisto, l’attesa e il viaggio stesso fanno parte dell’avventura.

​Mentre guardo fuori dal finestrino, una riflessione mi sorge spontanea, quasi a consolarmi della fine di questa fatica memorabile: la fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Il Grande Nord mi ha messo alla prova, mi ha tolto il fiato, ma so già che tornerò a cercarlo.