Un imponente progetto archivistico restituirà ad ATER Gorizia — e al territorio — cento anni di documenti ordinati, catalogati e consultabili: un patrimonio culturale tra passato e futuro.
Gorizia, aprile 2026 –
Un chilometro di documenti. Tanto misura la storia documentale di ATER Gorizia, se si prendessero tutti i faldoni, i registri e i rotoli conservati nel suo archivio e li si mettessero in verticale su uno scaffale. Il metro lineare è l’unità di misura con cui i professionisti degli archivi quantificano il proprio lavoro: convenzionale ma efficace, racconta meglio di qualsiasi altra cifra la mole di ciò che è stato prodotto, conservato — e adesso finalmente riordinato — in un secolo di storia dell’ente.
Il riordino dell’archivio documentale di ATER Gorizia è ora prossimo alla conclusione.
Avviato nel 2024, il progetto nasce a seguito di un sopralluogo della Soprintendenza Archivistica per il Friuli Venezia Giulia — organo periferico del Ministero della Cultura deputato alla tutela, vigilanza e valorizzazione degli archivi pubblici non statali, privati dichiarati ed ecclesiastici — e si è concretato grazie alla determinazione di Elena Travan, RUP del progetto, che ne ha fortemente voluto la realizzazione e costruito il percorso amministrativo per accedere ai finanziamenti pubblici disponibili.
L’intervento, del valore complessivo di circa 100.000 euro, è stato finanziato per il 75% attraverso contributi previsti dal Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. 42/2004, art. 35), a conferma del valore pubblico e culturale dell’iniziativa.
Un archivio che vale cent’anni di territorio
I documenti conservati coprono l’intera vita dell’ente: dai primi atti deliberanti del gennaio 1926 — a pochi mesi dalla fondazione avvenuta nel 1925 — fino alle pratiche concluse negli anni più recenti. Si tratta di un patrimonio che non riguarda solo la storia interna dell’azienda, ma riflette un pezzo significativo della storia sociale e urbanistica del territorio: verbali degli organi deliberanti, fascicoli del personale, documentazione contabile e legale, e soprattutto — ed è la parte più ricca — la documentazione tecnica legata alla costruzione e manutenzione degli edifici, corredata da elaborati progettuali, lucidi e cartografie che raccontano decenni di interventi sul patrimonio abitativo della provincia.
Ad oggi sono stati censiti circa 8.000 tra faldoni, registri e rotoli. Nel corso del lavoro è stato effettuato uno scarto di circa 250 metri lineari di materiale — pari a circa 2.000 unità documentarie — per le quali erano ormai decorsi i termini di conservazione amministrativa e che non presentavano valore storico residuo. Anche questa operazione, come previsto dalla normativa, è stata autorizzata dalla Soprintendenza Archivistica. La consegna dell’inventario definitivo è prevista entro la fine del 2026.
“Togliere il superfluo”: cosa fa davvero un archivista
A guidare il progetto è Raffaella Tamiozzo, archivista e vicepresidente della Cooperativa Guarnerio di Udine, realtà attiva dal 1982 nel campo dei beni culturali.
«Quello dell’archivista è un lavoro poco conosciuto», spiega Tamiozzo, «ma fondamentale. Noi non siamo storici: il nostro compito è costruire lo strumento che permette agli altri di leggere, comprendere e valorizzare i documenti. In un certo senso, togliamo il superfluo per far emergere la struttura dell’archivio».
La metafora che Tamiozzo usa per descrivere il proprio mestiere viene da lontano: «Mi piace ricordare quello che diceva Michelangelo quando si avvicinava a un blocco di marmo. Diceva che la scultura era già lì dentro e che il suo compito era solo togliere il superfluo per farne emergere l’essenza. È esattamente quello che fa l’archivista».
Un lavoro che richiede competenze altamente specialistiche e una lunga formazione — laurea, scuola di archivistica, paleografia, spesso ulteriori master — ma che spesso rimane dietro le quinte. Non a caso, la figura dell’archivista viene talvolta definita “la cenerentola” dei beni culturali: essenziale, ma raramente sotto i riflettori.
Il risultato concreto di tutto questo lavoro è un inventario archivistico: uno strumento che descrive analiticamente ogni elemento dell’archivio — fascicoli, registri, cartografie — strutturandoli in modo da facilitare la ricerca e rendere accessibile il patrimonio documentale, sia per le esigenze quotidiane dell’ente sia per eventuali consultazioni esterne a fini storici o culturali.
Un archivio che guarda al futuro
Il valore dell’intervento va però oltre il recupero del passato. «Abbiamo costruito un sistema», sottolinea Tamiozzo, «che permetterà anche ai documenti futuri di essere organizzati correttamente. L’archivio non è qualcosa di statico: è un organismo vivo, che cresce nel tempo».
Il progetto si inserisce in una visione più ampia che include anche la gestione dell’archivio digitale contemporaneo di ATER, fondamentale per costruire la memoria storica di domani: perché i documenti che oggi vengono prodotti sono l’archivio storico del futuro. «Avere un archivio ordinato risponde a un obbligo di legge, ma è molto di più di questo» dichiara il presidente di ATER Gorizia, Daniele Sergon. «È uno strumento di lavoro quotidiano e una responsabilità verso il territorio che serviamo da cent’anni. Il riordino dell’archivio rappresenta un investimento sulla memoria collettiva e sull’identità del territorio».
